STASERA CON ParlaMente 18 luglio 2014

venerdì 6 settembre 2013

CreepyCasta, Tutto il peggio della classe politica: Episodio 1- Effetto B.

Questo è CreepyCasta, il nuovo programma che ogni mese ci condurrà attraverso il peggio di ciò che combinano i politici, pagati profumatamente da noi cittadini. Agosto è stato un mese di ferie, ma nonostante ciò i nostri parlamentari si sono dati da fare per fornirci tanto materiale. I due personaggi del mese: Silvio Berlusconi e Laura Boldrini.

Le CreepyCasta di questo episodio:

English is an optional: 1:22

Pannella montata: 1:54

Il dilemma della Bindi: 2:48

Ordini dall'alto: 3:23

Grillini & Boldrini: 4:43

"Magnateve tutto!": 7:24


martedì 3 settembre 2013

Cari teppisti, il calcio non è vostro!

Quasi stentavamo a crederci. Campioni che tornano in Italia, tifosi entusiasti e due giornate di campionato trascinanti, l'ultima delle quali ci ha regalato ben 43 gol. Persino gli stadi cominciavano a riempirsi, e la turbolenta estate passata tra scivoloni internazionali ed insulti razzisti sembrava lontana. Ma invece no, ecco che un manipolo di ragazzotti decide di rovinare tutto. Roma-Verona doveva essere una partita poetica tra la città di Catullo e quella (spirituale, s'intende) di Shakespeare, ma non c'è spazio per Lesbia, né per Romeo e Giulietta. Piuttosto, sembra di assistere ad una versione delirante del duello tra Tebaldo e Mercuzio. Prima della gara i tafferugli, le cariche della polizia sotto la Curva Nord e le bombe carta trovate addosso a uno degli allegri compari. Otto steward contusi e un supporter veronese denunciato per aggressione, ma il peggio si verifica dopo la partita. Si parla di “cani sciolti”, pseudo-sostenitori giallorossi che prendono a sprangate e sassate il pullman della squadra di Mandorlini.

Tutto ciò non ha nulla a che fare con il calcio. Non avrebbe alcun senso, dopo una netta vittoria per 3-0 e il primato in classifica, dunque smettiamola di chiamarli “tifosi”. Sono solamente teppisti di periferia che traggono forza dal gruppo, sanno come fare chiasso e sono soprattutto coscienti di cavarsela con poco. Daspo, tessera del tifoso e Away Card sono inutili, quando non addirittura controproducenti. A questo proposito è utile ricordare la proposta avanzata dal giornalista Beppe Severgnini qualche anno fa: lavori socialmente utili per i vandali da stadio e sorveglianza di responsabilità delle società. Se si resta ciechi e sordi di fronte ad un problema che da troppi anni si ripete, allora non bisogna meravigliarsi delle famiglie in via d'estinzione nell'habitat degli stadi, né degli spalti vuoti. Il calcio che conosco io è Giuseppe Rossi che rinasce in viola e segna una doppietta al Genoa, i tifosi romanisti (quelli veri) che ridono come bambini vedendo una squadra finalmente vincente con Garcia alla guida. Ma uno speciale plauso va ai milanisti, a secco di grandi arrivi e costretti ad incassare anche l'addio di Boateng. La gioia della piazza non è diretta al marziano Gomez o al venusiano Tevez, bensì a Ricardo Kakà. Trentun anni, scartato da Mourinho, giudicato “bollito” dalla tifoseria madridista. Una meteora che si schianta sulla Luna, al massimo. Torna per riconquistare ciò che ha perduto, in campo e fuori, e ha tutto l'affetto del pubblico. Perché, chi lo direbbe, a volte il Diavolo è più sentimentale di quanto sembri. Aspettiamo di divertirci al derby con i due Ricky, perché questo è il calcio che vogliamo.

Samuel Boscarello per ilcalcio24.it

lunedì 2 settembre 2013

Perché dire no all'intervento militare in Siria

Sappiamo tutti quali sono gli interessi degli Stati Uniti in questo conflitto, sappiamo che non si tratterà di una guerra lampo, come vogliono farci credere. Sappiamo anche che Obama, Premio Nobel per la Pace che vuole la guerra, non si ritirerà finché non avrà posseduto anche questo stato nello scacchiere mediorientale. Loro ci chiederanno di utilizzare le basi sul nostro territorio, di intervenire al loro fianco. Ecco, noi ci siamo sempre inchinati agli Usa grazie ai nostri grandi politici, per l'ultima volta in ordine di tempo con il Muos di Niscemi. Quindi da cittadino chiedo di non renderci ancora più ridicoli agli occhi del mondo. L'Italia è uno stato che ripudia la guerra, noi ripudiamo la guerra! Per cui io non voglio che la mia nazione vada a esportare la democrazia in forma di missili in un'altra parte del mondo, a provocare perdite tra i militari e tra i civili.

Se anche tu sei d'accordo, rendi virale questo video: realizza il tuo messaggio, intitolalo come questo cambiando il mio nome con il tuo, e diffondilo sul web. Insomma: scateniamo l'inferno. Chissà, magari qualcosa potrebbe cambiare.



giovedì 8 agosto 2013

Real e Barça, guai in vista: spendono milioni ma sono "onlus"

Il Real Madrid sta per portare a termine l'acquisto più costoso della storia del calcio, quello di Gareth Bale. 120 milioni di euro a confronto dei quali impallidisce Cristiano Ronaldo, per cui vennero spesi "solo" 94 milioni. Mira leggermente più in basso il Barcellona, ma la differenza non è poi tanta: 57 milioni, che si aggiungono ai faraonici contratti dei calciatori blaugrana, su cui spicca quello di Messi. La Pulce guadagna 16 milioni l'anno, qualcosa in più rispetto al rivale di sempre Cristiano Ronaldo, che si assesta intorno a quota 12 milioni. Alle principali spese effettuate nel mercato bisogna poi sommare altre voci, come il riscatto di Bojan per il Barça (13 milioni) e gli acquisti di Izco eIllarramendi per le merengues (60 milioni in totale). Il tutto senza nemmeno recuperare la spesa con le cessioni; producendo un bilancio sempre in rosso, che però sembra non pesare assolutamente sulle possibilità economiche dei due club. Dove sta il trucco? Real e Barcellona sono delle organizzazioni non a scopo di lucro. Il loro status di onlus assicura importanti privilegi quali sgravi fiscali non indifferenti. 

E' stato calcolato che le due società versano tasse solo per il 25%, a fronte del 35% che una comune impresa spagnola paga al fisco. Il giornale inglese The Independent rivela che la Commissione Europea sta già lavorando per risolvere la questione, obbligando entrambi i club a cambiare la loro denominazione sociale in Sociedades Anonimas Deportivas, società di capitali simili alle nostre Srl. La radice del problema è da ricercarsi nel 1990, quando tutti i club professionistici spagnoli vennero convertiti in Sad ad eccezione di Atletico Bilbao, Osasuna ed infine Real Madrid e Barcellona. Se però l'obbligo da parte dell'Unione Europea diventasse effettivo, anche se ci vorrà almeno un anno, le conseguenze economiche sarebbero pesantissime, soprattutto per i madrileni: ad esempio, l'esborso per l'ingaggio di Bale raddoppierebbe, raggiungendo quota 135 milioni di euro in sei anni. Ma niente paura! Florentino Pérez, presidente anche di Grupo Acs (impresa per le grandi opere di ingegneria civile che ha chiuso il 2012 con un fatturato di 38 miliardi di euro), dall'alto del suo patrimonio di 1,8 miliardi saprà affrontare anche questa spesa. Dopotutto, in Spagna i disoccupati sono solo sei milioni. Saranno ben felici di assistere alla presentazione di un giocatore costato quanto un ospedale.

Samuel Boscarello per ilcalcio24.it

sabato 27 luglio 2013

I "grillini" d'Australia: nel cuore del Partito Wikileaks

Che la nuova frontiera della politica fossero i partiti 2.0 si sapeva già. Ma la notizia che ha fatto in poche ore il giro del mondo è che uno degli uomini più ricercati del pianeta ha inaugurato, in videoconferenza dall'ambasciata ecuadoregna a Londra, il Wikileaks Party. Julian Assange, dopo le rivelazioni pubblicate sul celebre sito che hanno messo in imbarazzo i diplomatici di mezzo mondo, dichiara ancora una volta lotta aperta al sistema e lo fa candidandosi al Senato dell'Australia, suo paese d'origine, insieme ad altri sei esponenti del partito in lizza per gli stati di Victoria, Nuovo Galles del Sud e Australia Occidentale.

VICTORIA

Julian Assange - Giornalista con un passato da hacker, co-fondatore di Wikileaks e ricercato per spionaggio dagli Usa e con l'accusa di molestie sessuali dalla Svezia, si trova in status di rifugiato politico all'interno dell'ambasciata ecuadoregna a Londra.




Leslie Cannold - Scrittrice ed attivista, è presidente di Reproductive Choice Australia e sostenitrice dei diritti delle donne. La sua organizzazione ha giocato un ruolo decisivo per la depenalizzazione della pillola abortiva Ru486.

Binoy Kampmark - Docente universitario al Royal Melbourne Institute of Technology, si occupa di storia, diritto e relazioni internazionali. Sta ultimando una pubblicazione riguardo l'evoluzione del concetto di "stato canaglia" negli Usa.

NUOVO GALLES DEL SUD

Kellie Tranter - Avvocato e attivista per i diritti umani, ha tenuto numerose conferenze in cui ha parlato di sfruttamento economico, cambiamenti climatici e democrazia di genere. Il suo impegno sociale e politico è stato riconosciuto dalla Women's Electoral Lobby.
Alison Broinowski - Giornalista e scrittrice, ha lavorato come free-lance in Giappone e successivamente anche in Filippine, Giordania e Corea del Sud in qualità di funzionaria diplomatica per il Dipartimento di Affari Esteri.

AUSTRALIA OCCIDENTALE


Gerry Georgatos - Giornalista d'inchiesta ed attivista per i diritti umani, si occupa principalmente delle problematiche che riguardano le comunità aborigene: povertà, suicidi e vagabondaggio. E' stato anche difensore dei diritti dei rifugiati e promotore di campagne contro la droga.

Suresh Rajan - Economista e consulente finanziario, si batte anche per la tutela dei disabili e delle comunità etniche. E' presidente della National Ethnic Disability Alliance.



E non solo: il Partito Wikileaks annuncia sul proprio sito web di aver intenzione di inserirsi anche nelle liste di Queensland e Tasmania, mentre si avvicinano le elezioni previste per settembre. Tecnicamente il partito esiste dallo scorso 23 marzo, data in cui è avvenuta la registrazione alla Commissione elettorale australiana e oggi i presupposti per un ottimo risultato elettorale ci sono tutti. Un sondaggio nazionale condotto ad aprile ha dimostrato che il 26% degli elettori sarebbe disposto a sostenere il Wikileaks Party, con un picco del 36% nel Nuovo Galles del Sud; inoltre solo nel primo mese si sono registrati 1300 iscritti. Certo, non è molto rispetto ai cinquantamila e agli ottantamila che contano rispettivamente il Partito Laburista e quello Liberale, le due principali fazioni politiche del paese, ma di questo passo le cifre aumenteranno rapidamente. 

Alle ultime elezioni del 2010 la sinistra dell'attuale Primo Ministro Kevin Rudd, che ha preso il posto della dimissionaria Julia Gillard, ha vinto con un margine di appena trentamila voti, condizione che ha portato ad un equilibrio parlamentare delicatissimo. E' proprio contro questo sistema bipartitico che Assange si propone di combattere, con semplici ed incisive parole d'ordine. Mettiamo una luce sull'ingiustizia e sulla corruzione, sottotitolo E' il momento per un reale cambiamento, è lo slogan per la campagna di iscrizione al partito, che si unisce ai tre principi basilari del movimento: trasparenza, responsabilità, giustizia. Naturalmente non può mancare tra gli ideali del Wikileaks Party la strenua difesa della rete libera e incontrollata da parte degli organi di potere, ribadendo di voler portare "il giornalismo investigativo nel cuore del Senato australiano". La priorità è quella, non si discute. "Il nostro è un partito che controllerà, non è un partito di governo", continua il fondatore calcando una scia che accosta la sua neonata organizzazione ad una linea affine a quella del Movimento Cinque Stelle, solo che a differenza di Beppe Grillo Assange concorre in prima persona ad uno scranno parlamentare. In caso di vittoria il giornalista potrebbe contare sulla possibilità di utilizzare la sua elezione senatoria come salvacondotto per porre fine alla sua odissea e tornare in patria, anche se a questo proposito avrà a disposizione un limitato periodo di tempo. Se infatti entro un anno egli non riuscisse ad occupare il suo seggio, lo perderà. Insomma, ciò che succederà in futuro è praticamente impossibile da prevedere, ma è certo che l'asilo offerto dal governo di Correa non potrà durare in eterno e le forze dell'ordine britanniche non hanno intenzione di mollare. Tuttavia resta sempre da considerare l'assicurazione, ovvero il famoso file insurance.aes256 contenente importanti informazioni sulla guerra in Afghanistan, del quale Assange tempo fa dichiarò di voler divulgare la chiave di decrittazione, se fosse accaduto qualcosa a lui o ai suoi stretti collaboratori. Ma per adesso bisogna pensare ad un programma convincente che dia seguito alle parole chiave che hanno sempre caratterizzato l'attivismo di colui che è stato capace di divulgare duecentocinquantamila documenti riservati degli Usa. E se ci riuscirà lui, quale sarà il prossimo passo? Chissà, forse vedremo Edward Snowden candidarsi alla Casa Bianca.




lunedì 22 luglio 2013

Tour de France, hanno vinto i sospetti

Si è appena conclusa la festa, quella della Grande Boucle che spegne cento candeline a distanza di più di un secolo dalla prima edizione del 1903. Ma mentre Froome taglia trionfale il traguardo parigino non si può non avvertire un groppo alla gola, non solo per la consapevolezza che la festa è finita e da oggi non ci saranno più le emozioni regalateci dalla doppia scalata dell'Alpe d'Huez e dalle volate finali tra Cavendish e Sagan, almeno fino all'anno prossimo. L'impressione è che la passione sia smorzata dalla diffidenza che ormai gli appassionati provano nel vedere un nuovo campione che si inerpica per le salite e subito dopo ha forza sufficiente per scattare più volte, difendersi dagli attacchi e allungare in classifica. Il britannico vincitore ha dovuto vedersela con insinuazioni di ogni genere da parte di tifosi e stampa per certi suoi tempi strepitosi, come in occasione dell'ascesa sul Mont Ventoux.

Troppi casi hanno oscurato il passato di questo sport e lasciato una macchia nelle carriere di tanti corridori. Da Contador, la cui vittoria nell'edizione 2010 della corsa francese è stata cancellata dal controverso caso della bistecca al clenbuterolo, all'arresto di Remy Di Gregorio avvenuto l'anno scorso, durante il primo giorno di riposo del Tour a Bourg-en-Bresse. Tanti piccoli buchi neri che attirano nel vuoto tutto ciò che resta alla luce del sole: la straordinaria prova di Quintana, il giovane Moreno Moser che ha mostrato sprazzi di classe nelle salite e lo spettacolo della Versailles-Parigi, l'arrivo al crepuscolo salutato dalle proiezioni olografiche sull'Arco di Trionfo e dal tricolore disegnato nel cielo dalla flotta aerea. Ad incombere su tutto, quelle sette bande nere che sporcano l'albo d'oro dove una volta era scritto il nome di Lance Armstrong.

La macchina del doping ha un funzionamento complesso che comprende gli sponsor, il cui potere finanziario può decidere la sopravvivenza di una squadra, vedere Team Barloworld, i dirigenti ansiosi di accaparrarsi gli accordi economici migliori ed infine gli atleti, contemporaneamente complici e vittime del sistema, piccoli Faust in caschetto e divisa. Prima vengono le vittorie, gli avversari sempre più alla portata, la resistenza che aumenta a vista d'occhio; poi ci sono le conseguenze, che siano esse scatenate da un test a sorpresa, una crisi improvvisa che porta alla morte (come accadde all'inglese Simpson) o un decadimento fisico precoce. Come sempre la chiave di tutto sta nell'organizzazione: quanto sarebbe bello immaginare un Tour con tappe più brevi, velocità minori e orari di gara meno caldi. Perché ogni nuovo caso di doping è una richiesta di aiuto da parte di uno sport troppo corrotto, immemore di coloro che con anfetamine ed Epo hanno trovato la fine della carriera o della vita, si pensi rispettivamente a Riccò e Pantani. Quando si terrà in conto tutto ciò, allora potremo tornare a guardare il ciclismo senza nutrire sospetti che rasentano la paranoia, magari strabuzzando gli occhi come bambini nel vedere un fresco ragazzo svettare sul Col du Tourmalet. Forse un giorno, davanti all'ennesimo campione caduto in basso, tutto questo accadrà.

Samuel Boscarello per ilcalcio24.it

giovedì 18 luglio 2013

Il cambiamento val bene un "orango"

Di questi tempi sembra che tutti se la prendano con la Kyenge. Perché, mi chiedo? Ce ne sarebbero cose gravi da rinfacciare a ben altri personaggi, ministri e non. Alfano, che dopo essersi fatto soffiare da sotto il naso la moglie del più importante oppositore del regime kazako, promette di silurare un numero indefinito di dipendenti del Viminale. O Bondi, il quale afferma tranquillamente che l'alta incidenza dei tumori nella zona di Taranto non è dovuta ai fumi tossici dell'Ilva, bensì alle sigarette e all'alcol. Dal canto suo la Kyenge è una che lavora tanto senza far troppo rumore, non sbraita nei salotti televisivi, conosce bene l'italiano ma ignora il politichese e sembra la sorella nostrana di Oprah Winfrey. Ed ecco il problema, la pelle. Quando non si può attaccare direttamente l'operato di qualcuno che finalmente vuole superare i limiti cronici della chiusura nazionalista italiana (abolizione del reato di immigrazione clandestina, istituzione dello ius soli), si passa agli insulti. Prima il becero teatrino sulle origini congolesi della ministra messo in scena di fronte ai parlamentari di tutta l'Europa da Borghezio, che come premio per la sua abilità oratoria ha ricevuto l'espulsione dal gruppo degli Euroscettici. Poi la nauseante ed infelice battuta da osteria di Calderoli: “Quando la vedo penso ad un orango”. Impossibile difendere l'espressione classificandola come un'uscita in scivolata da comizio elettorale, né spalleggiarla ostinatamente come il compare leghista Stival, che definisce la frase “offensiva per l'orango”. Altresì inammissibile tentare una giustificazione messa in piedi con un paio di sofismi, al pari della senatrice Fucksia (M5S) che si autodefinisce simile ad una papera.

Il ricorso al razzismo per smontare in modo violento un avversario inattaccabile non è nuovo a noi italiani maestri dello sbeffeggio, che duemila anni fa prendevamo in giro Cicerone per il suo porro al naso e oggi dileggiamo volentieri Brunetta e Berlusconi per la loro statura. Tuttavia ne passa dal semplice nomignolo, utilizzato ora come oggetto di satira ora come strumento di indignazione, alla xenofobia più pronunciata, fatta di ululati dalle curve degli stadi e grida trasudanti di grappa. Dobbiamo ancora comprendere la ricchezza dell'immigrazione, in termini di apertura mentale e rilancio economico del nostro paese. Gli americani lo hanno capito da tempo, loro che a cavallo tra l'ottocento e il novecento vedevano Ellis Island affollarsi di gente proveniente da Agrigento o Avellino. In una relazione del 1912 i nostri antenati venivano descritti come “di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati quando le donne tornano dal lavoro”. E come loro, naturalmente tutti gli altri che dai luoghi più disagiati del pianeta cercavano fortuna nella terra del Sogno Americano. Che coincidenza! Eppure ventiquattro anni dopo, mentre Hitler si trastullava con le sue idee da ciarlatano del lotto sulla purezza della razza, la freccia nera Jesse Owens umiliava gli atleti ariani alle Olimpiadi di Berlino e Louis Armstrong sbancava ad ogni concerto.


Oggi l'inquilino della Casa Bianca è un discendente delle etnie inglese, tedesca e keniota, mentre Sylvester Stallone potrebbe recarsi a Bari per una rimpatriata di famiglia. Per non parlare dei vari Tiger Woods, Stephen King, Steve Jobs e Matt Groening. Basta rifugiarci dietro il luogo comune dell'immigrato che viene a rubare il lavoro agli italiani, piuttosto pensiamo ai nostri giovani costretti ad espatriare a causa di una guerra civile fatta di politici ingordi e imprenditori senza scrupoli, due figure che spesso combaciano nella stessa persona. Apriamo le nostre frontiere e diamo il diritto a chi nasce qui di essere un cittadino italiano, fermi e risoluti come la Kyenge, perché le idee sono più forti degli insulti. Avanti, ministra: il cambiamento val bene un “orango”.