STASERA CON ParlaMente 18 luglio 2014

martedì 15 aprile 2014

Le donne siciliane ce l'hanno fatta (nonostante tutto)

Pavia e Caltagirone non hanno molto in comune. L’una adagiata sul Ticino, meta accogliente per universitari e pellegrini sulla via Francigena. L’altra incastonata tra i monti Erei, barocca nell’aspetto e bluesnella vita di tutti i giorni. Ma è da queste due città, separate da quasi mille chilometri, che passa un’iniziativa destinata a fare il giro della penisola. “Donne che ce l’hanno fatta” è il suo nome, il lavoro al femminile la sua vocazione. A realizzare l’incontro è l’associazione Adessodonne 3.0 insieme a Sportello Donne, un manipolo di signore e signorine a cui, sentendo le loro storie, non si addice la tradizionale definizione di “gentil sesso”. Anzi, proprio per rovesciare gli stereotipi di genere, che con la connivenza di un sorridente perbenismo hanno accompagnato fino ad oggi la società italiana, le donne siciliane sono qui.

Chiamate a turno dall’eclettica moderatrice-organizzatrice Giovanna Seminara, si alzano e raccontano le loro storie, romanzi di vita reale dal finale thriller. C’è chi afferma di potersi sentire orgogliosamente “una che ce l’ha fatta”, altre preferiscono il basso profilo di chi cerca di farcela. Va bene così: a forza di camminare a testa bassa si arriva sani e salvi a destinazione. Il premio consiste in un attestato di merito con una poesia di Fabio Gagliardi scritta in calce, senza troppi clamori. In fondo si capisce subito che, se si è in cerca di auto-celebrazioni sguaiate, questo è il posto meno indicato. Basta ascoltare le testimonianze di chi ha dovuto affrontare gravissimi problemi familiari, ostacoli sul campo lavorativo e soprattutto quella fastidiosa predisposizione a rifiutare l’emancipazione sociale femminile. Siamo nella regione in cui solo una donna su tre trova lavoro, nel territorio in cui il culto del passato si trasforma in rimpianto e scoramento per il presente. Ciò non aiuta affatto.

Non è un caso che proprio a Caltagirone si premino gli ingegni femminili: la zona, sotto il costante cono d’ombra di Catania e dell’hinterland etneo, si trova in un acquitrino di decadenza politica ed economica. Verlaine ci si tufferebbe, i commercianti affogano. Così diventa un merito per una ceramista aver inventato un innovativo stile decorativo, anche quando la crisi dell’artigianato locale, un tempo fiore all’occhiello del paese, mette in pericolo la stabilità lavorativa dei dipendenti di una piccola impresa a conduzione familiare. E ancora donne sindacaliste, insegnanti, missionarie (Suor Olga, che della sua Colombia conserva la cadenza ispanica e i modi solari, come possono esserlo solo quelli dei popoli sub-tropicali). Si raccontano le siciliane impegnate in politica, come Alessandra Foti, ex vicesindaco della città e candidata per il centro-sinistra alle ultime amministrative, e persino la studentessa liceale Concetta Fargetta, che non le manda a dire e afferma di voler inseguire il sogno di diventare procuratore generale, citando Oriana Fallaci nel passo del “mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini” e mettendo al tappeto la platea con il suo fare conciso e determinato.

Maggioranza rosa tra le poltrone, ma non assoluta ed è già qualcosa: segno che anche il genere maschile sta comprendendo l’importanza dell’uguaglianza tra gli individui della società, in cui è necessario che si infranga la cappa di piombo della distinzione tra l’uomo fabbro del suo destino e la donna-angelo (del focolare). Un Paese si definisce civile solo se promuove il merito, senza se e senza ma. Per raggiungere l’agognato obiettivo su cui si sprecano tante parole, ma ad oggi pochi fatti, è obbligatorio rovesciare quella mistura di ipocrisia e pressappochismo che porta a due conclusioni ugualmente pericolose: da una parte i ritornelli del “cosa c’è di male?”, patetiche giustificazioni dello status quo, dall’altra la convinzione che rimboccarsi le maniche spetti sempre agli altri, interpretando molto arbitrariamente l’ironia di Gaber (“la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente!”). Cari uomini e donne d’Italia, solo uniti possiamo concretizzare i panegirici sulla libertà. Allora sì che ce l’avremo fatta.

(Foto: Giovanna Seminara)

Samuel Boscarello per Ateniesi

lunedì 24 febbraio 2014

FIL, ovvero la misura della felicità

“Il denaro non fa la felicità”. Quante volte lo si dice, un po’ per effettiva convinzione, un po’ storcendo il naso, e magari ribattendo che i soldi non renderanno un uomo felice, ma gli danno senza dubbio una mano considerevole. Eppure l’esperienza di un singolo stato, incastonato tra le montagne orientali come un diamante annerito, può farci ricredere. Il Bhutan è uno dei paesi più poveri in tutta l’Asia, con un PIL pro capite che a malapena raggiunge i duemila dollari. In relazione ad un bhutanese, un cittadino italiano è ricco mediamente sedici volte di più. Il territorio in cui vivono i Drukpa (abitanti della “terra del drago”, si definiscono orgogliosamente) è un lembo di terra soffocato dalla vastità dell’India a sud e della Cina a nord. Uno di quei paesi che probabilmente non prende posto in nessun libro di storia, ma che è pervaso da un senso di spiritualità a metà tra il sacro e il profano, nei monasteri buddisti costruiti a picco sugli strapiombi, che sembrano avvinghiarsi con tutte le forze ai versanti rocciosi delle poderose montagne per non scivolare giù. Sarà per questo che il Bhutan è diventato la patria del GDH, acronimo inglese per Gross National Happiness. In altre parole, Felicità Interna Lorda. È immediato il richiamo a quel PIL che suscita di questi tempi tanta apprensione ed è entrato a far parte della sfera delle piccole preoccupazioni quotidiane (“come va il PIL? Si è abbassato lo spread? Hai già dato un’occhiata al rating?”, ormai sembriamo medici nevrotici che passano le giornate in corsia temendo di perdere i pazienti da un momento all’altro), tanto che il penultimo re Jigme Singye Wangchuck ne ha fatto lo slogan del proprio regno.


Quando nel 1972 prese il potere, il suo paese era ancora una monarchia assoluta retta dal Druk Gyalpo, il Re Drago. La sua missione fu fin da subito quella di modernizzare il paese, puntando sull’istruzione e sui diritti: oggi il Bhutan elegge i propri rappresentanti e ha una Carta costituzionale. Sulla facciata della Scuola di arti tradizionali nella capitale Thimphu, ottantamila anime, si può leggere il concetto fondamentale del pensiero di re Singye: La Felicità Interna Lorda è molto più importante del Prodotto Interno Lordo. E, statistiche alla mano, questa politica appare vincente. La rivista Business Week, che ha stilato uno speciale ranking della “felicità di stato”, incorona la Danimarca, seguita nelle prime dieci posizioni da nazioni come Svizzera, Austria, Islanda e – la sorpresa che non ti aspetti – l’ottava posizione è occupata proprio dal Bhutan. Ben più in alto degli Stati Uniti, ventitreesimi, o di altri colossi come la Cina (82°) e la Russia, addirittura a ridosso delle ultime posizioni. Cosa vuol dire? Semplice: il denaro potrà anche comprare ogni genere di bene materiale, ma avere le casse piene non aumenta affatto il benessere di una nazione. A Thimphu non c’è un aeroporto, le periferie non sono bracci grigi di una gigantesca piovra che ingloba il paesaggio circostante, come le giungle urbane di Città del Messico e Tokyo, o giganteschi agglomerati in espansione inarrestabile. La capitale è immersa in una vallata verde, niente grattacieli e i poli industriali sono tutti concentrati in un unico quartiere. Persino i semafori sono stati eliminati, perché troppo “impersonali”, mentre nelle scuole si insegna la ricchezza dell’identità culturale bhutanese e le case devono per legge essere decorate secondo la tradizione.

Nella FIL sono racchiusi concetti che oggi noi stiamo appena scoprendo. Il rispetto per la natura, l’importanza dell’istruzione e del futuro dei giovani, la conservazione dei diritti. Questo è il progresso di cui abbiamo bisogno per vincere la crisi che stiamo attraversando, di ideali prima che economica. Immaginate un’Italia più felice, vale a dire in cui sia premiata l’onestà e disprezzata la corruzione, in cui l’integrazione prevalga sulla ghettizzazione (ricordando che siamo stati anche noi migranti) e l’uguaglianza abbia la meglio sull’ignoranza. Ci siete riusciti? Bene. Adesso rimbocchiamoci le maniche e cominciamo a fare sul serio, perché tocca a noi.

Samuel Boscarello per Cogitoetvolo

martedì 21 gennaio 2014

Intervista a Gianni Cuperlo: "Spendiamo troppo poco in innovazione e ricerca"

Foto: lettera43.it

Gianni Cuperlo arriva trafelato. La mattina è umida e piovosa, l’aria densa come quella che si respira in via del Nazareno. È il giorno in cui si tirano le somme di un incontro che si candida al titolo di “Evento Politico del 2014”: se l’incontro tra Renzi e Berlusconi sia la fine del ventennio e (o) l’inizio di una nuova stagione politica di riforme non si sa, ma per i media è manna nel deserto. Il presidente del Pd risponde alla salva di domande, poi bocca cucita. Non è il momento di parlare di legge elettorale, non qui ed ora.

E’ domenica 19 gennaio e siamo a Caltagirone, quarantamila anime arrampicate su una collina in provincia di Catania. Il paese che beffò il Duce con lo spettacolare panorama marittimo (nell’entroterra siciliano) che avrebbe dovuto fare da scenario alla nuova città di Mussolinia. Il luogo che diede i natali all’eclettico Don Luigi Sturzo: statista fondatore del Partito Popolare e fermamente antifascista, ma anche pubblicista, appassionato di musica, teatro e critica letteraria. Cuperlo ringrazia Pierluigi Castagnetti, un passato tra i nuovi Popolari di Martinazzoli prima di uncursus in quattro legislature tra La Margherita e il Pd, che da presidente della associazione “I Popolari” fa gli onori di casa, in occasione del novantacinquesimo anniversario dell’Appello ai liberi e forti.

Si parla di passato e futuro, divisioni e convergenze. La necessità è riportare l’economia alla semplicità, la politica alla moralità senza colore di partito, secondo il solco tracciato da Sturzo a Berlinguer e scomparso nella palude di Mani Pulite. Vallo a spiegare ai giovani, peraltro molto pochi in sala. Comprensibilmente disaffezionati e immeritatamente disillusi, svuotano i loro paesi in un’odissea che li porta dalle città universitarie all’estero, probabilmente in via definitiva, con in tasca una laurea che non dà opportunità di lavoro.

Quella delle università “è un’ampia riforma complessiva che bisogna fare: – rileva Cuperlo ad Ateniesi – rafforzare il rapporto sul territorio tra i poli universitari e le strutture economiche produttive, anche industriali”. Proprio alle industrie e alle imprese è indirizzato il suo monito. “Bisogna che facciano uno sforzo nella direzione giusta. In Italia si investe troppo poco in innovazione e ricerca, lo fanno anche le imprese”. Una misura da Jobs Act, che però non ha ancora preso posto all’interno del testo programmatico. E a proposito del previsto assegno universale per chi perde il posto di lavoro: “Ci sono diverse soluzioni tecniche. Il Parlamento Europeo ha votato una direttiva sul reddito familiare, quello individuale ha un carattere diverso e oneri di spesa molto più significativi”. Il primo passo verso il reddito minimo garantito? “Non c’è dubbio che bisogna estendere il sistema degli ammortizzatori sociali anche a chi oggi non è garantito, soprattutto lavoratori discontinui di vecchia e nuova generazione. Vedremo anche dal punto di vista del merito e della tecnica quale sarà la soluzione”.

Nel frattempo i giornali parlano di pace fatta tra centrosinistra e centrodestra e ripropongono il videomessaggio di Berlusconi. Grillo invece chiama a raccolta gli iscritti per formulare la proposta pentastellata di legge elettorale, sotto la guida di Aldo Giannuli. Chissà se anche il genovese vedrà recapitarsi un invito in casa Pd. Nel dubbio, il giudizio di Cuperlo è salomonico. “Le do il telefono di Renzi. Lo chiami, si faccia dare la risposta e poi me la dica”.

Samuel Boscarello per Ateniesi.it

giovedì 9 gennaio 2014

Legge elettorale: dove ci porta "Le Mattaraille"?

Non c’è che dire, bisogna fare i complimenti a Enrico Letta. Ad aprile, mentre il neo-premier giurava con la sua squadra di governo e fuori scoppiava il pandemonio, non in pochi pensavano che non sarebbe arrivato a mangiare il panettone. Invece, nonostante gli inevitabili capitomboli che costituiscono gli effetti collaterali delle larghe intese, Enrico è ancora lì. Un piccolo traguardo da aggiungere alla bacheca personale, insieme al non pervenuto alleggerimento del peso fiscale, all’aver rimandato il reddito minimo garantito e al mezzo silenzio sui tagli ai costi della politica. L’abolizione del finanziamento pubblico (chiamiamolo così, fa meno ipocrita) ai partiti? Bene. Ma se funzionerà è ancora da vedere. Tuttavia c’è una cosa in merito alla quale tanto si parla e poco si fa. Non stiamo parlando del precariato, ma della legge elettorale.

Del Porcellum, che non è un riferimento alla filosofia politica dei suoi fautori, se ne dicono di tutti i colori. Approvata in ossequio a un democraticissimo ricatto di Silvio Berlusconi (o vinco io o cade il governo), ha avuto tempo di lasciare il segno su due legislature prima di essere dichiarata incostituzionale dalla Corte. Non sappiamo se Letta arriverà anche a scartare l’uovo pasquale (il che in parte dipenderà anche da Renzi), ma certo è che un’altra tornata elettorale calderoliana sarebbe insostenibile. E con l’attuale situazione di stallo politico, non resterebbero molte alternative alla chiusura della diciassettesima legislatura. Così la prima cosa che l’Italia ha da fare è guardarsi intorno, come uno studente impreparato durante un compito in classe, e vedere se tra i banchi vicini c’è qualcosa di buono da cui poter trarre spunto.

Adesso, il centrosinistra vuole il doppio turno alla francese e il centrodestra berlusconiano preferisce il reintegro del vecchio sistema misto, con buone probabilità di influenzare anche la posizione di Ncd. Con tali presupposti, ilMattarellum francofono di Renzi – chiamiamolo Mattaraille – appare come una bozza ben delineata, forse migliorabile e da chiarificare in alcuni punti, nel complesso proponibile. Innanzitutto il primo fattore positivo è l’attuabilità politica. Mantenere il rapporto 75:25 tra quota maggioritaria e proporzionale, e nello stesso tempo introdurre il doppio turno in caso di mancato raggiungimento del traguardo fissato intorno al 40%, potrebbe essere una via per un’intesa tra le parti senza scendere a patti col diavolo. C’è però la possibilità che il “premio di governabilità” di 75 seggi possa diventare un’arma a doppio taglio. Se da un lato infatti può garantire una maggiore stabilità in un momento come questo, in cui la maggioranza assoluta è una chimera, dall’altro si rischia di andare a parare in un meccanismo analogo a quello che nelle ultime elezioni ha fatto sì che meno di trecentomila voti si trasformassero magicamente in 120 seggi alla Camera. Una sproporzione democraticida.

Infine rimane da affrontare la questione di una forzatura del bipolarismo, in un Paese in cui al momento vi sono tre forze politiche che praticamente si equivalgono. Supponiamo di votare con questo sistema: il centrosinistra è in vantaggio, ma non abbastanza per vincere al primo turno. Seguono centrodestra e M5S. A questo punto si giunge a uno snodo fondamentale, che porta alla selezione dei due candidati principali per la seconda tornata. Ecco che la presenza grillina, che all’apparenza potrebbe sembrare disturbante come un discorso di Giovanardi, potrebbe rivelarsi l’occasione di un’alleanza fondamentale per ottenere un governo forte, a condizione che essa sia alla pari e con punti chiari e condivisi.

In sintesi, quali sono i passaggi chiave? In primis, trovare una soluzione ragionevole (parola insolita, vero?) con le altre parti, senza piegarsi alla volontà altrui. In seguito andare al voto con il Mattaraille e trovare un’intesa costruttiva con Grillo. Renzi ci sta già provando. Dalle parti di Genova c’è ancora fredda chiusura, ma il leader del Movimento non può non considerare quella fetta di elettori delusi dalla mancata intesa con il Pd, condita dalle battute al vetriolo della Lombardi: sbattere la porta in faccia a ogni possibile dialogo, trincerandosi dietro gli hashtag, sarebbe un “Suicidio a Cinque Stelle”. E ciò non vale solo per Grillo. Dunque per favore, Matteo e Beppe, non litigate.

E se proprio non funzionasse sbirciare il compito del vicino di banco, le alternative non mancherebbero di certo. Da qualche mese si parla di Cangurum, ossia del modello australiano. L’elettore vota non uno, ma tutti i candidati, classificandoli in base alla preferenza. Se la somma dei primi voti non porta a maggioranza assoluta, si elimina la coalizione dalla percentuale più bassa e le seconde scelte vengono ripartite tra i candidati ancora in lizza, fino a raggiungere il fatidico 50% più uno. Efficace e indolore, senza inciuci e larghe intese. Importarlo con le dovute modifiche in Italia sarebbe, a mio avviso, come chiedere un suggerimento allo studente modello seduto dalla parte opposta della classe: audace e provocatorio, ma se funzionasse…

(Foto: notizienazionali.net)

Samuel Boscarello per Ateniesi

giovedì 2 gennaio 2014

Aborto: lettera aperta ai pro-life

Cari pro-life,
Prima di tutto vi dico che non mi definisco un pro-choice. A dire il vero non capisco l'esistenza di questa etichetta. Perché chi difende i diritti delle donne in gravidanza (o almeno, di una parte di loro) deve essere "pro-choice", come chi si pone a tutela dell'uguaglianza tra coppie eterosessuali ed omosessuali deve vedersi definito "gay friendly"? Faccio un esempio: oggi non credo ci sia un termine definito per chi non fa discriminazioni razziali. E', per fortuna, una cosa normalissima considerare europei, cinesi ed africani sullo stesso piano, semmai gli idioti sono coloro che sostengono il contrario. Ebbene, per me sostenere i diritti di una donna che si trova ad affrontare una gravidanza è una cosa normale, che non ha bisogno di essere definita ulteriormente.
Ma passiamo ad un elemento fondamentale del dibattito sull'aborto, in questi giorni particolarmente acceso a causa della linea restrittiva (reazionaria, la definisco io) imposta dal governo Rajoy in Spagna. Come spiegato in questo articolo di Chiara Trompetto per Ateniesi, noi non siamo "contro la vita". Se lo fossimo dovremmo sostenere l'obbligo di aborto per tutte le gravidanze indesiderate. Ma siamo coscienti che ovviamente questa sarebbe una barbarie, un'imperdonabile irruzione dello stato all'interno di quella inviolabile sfera intima che costituisce la vita privata dell'individuo. Il diritto di cui parliamo noi è quello di poter scegliere, in quanto la legge deve lasciare la possibilità di scelta ai singoli riguardo ad una questione così delicata. Io voglio un'Italia che alle donne dal pancione indesiderato dica: "Bene. Hai la possibilità di scegliere se continuare o fermarti qui, sapendo che sarai tutelata allo stesso modo, qualunque sarà la tua scelta". Vi prego, non confondete il diritto con la morale: il primo deve essere difeso a spada tratta nella vita pubblica e nelle aule parlamentari, la seconda è una cosa che riguarda la propria persona e va affrontata come e dove pare più opportuno: in camera propria, in clinica o in un confessionale.
Non siamo ipocriti. Sappiamo che la legalizzazione dell'aborto non serve ad eliminare le IVG, ma ad interrompere il circolo vizioso (e spesso mortale) degli interventi clandestini, dei tentativi casalinghi e del contrabbando di farmaci come la tanto discussa pillola RU486, assunti senza alcun controllo medico. Gli obiettori di coscienza vanno limitati in numero e va garantito in ogni struttura ospedaliera del personale disponibile ad effettuare interruzioni di gravidanza. Solo così, rendendo i diritti a pieno appannaggio dei cittadini, si può sconfiggere la piaga dei rischiosissimi rimedi fai-da-te. Volete che non ci sia più bisogno di ricorrere all'aborto? Allora informate e informatevi, parlate anche voi dei contraccettivi e incoraggiate il loro uso. Distruggiamo tutti insieme il tabù del sesso, figlio dell'oscurantismo. Ma sappiate che non esiste l'anticoncezionale perfetto e che non tutte le donne che si presentano in consultorio sono delle ragazzine ingenue che si sono spinte un po' troppo in là.
Vi chiedo anche di non tacciare di omicidio le donne che abortiscono. Se alcuni di voi (non tutti, ne sono certo) credono che l'aborto sia un gesto di codardia, una strada più breve per scrollarsi di dosso le responsabilità delle proprie azioni, allora mi farei qualche domanda su chi sia il barbaro insensibile in questa situazione. O forse siete convinti che chi abortisce lo faccia a cuor leggero, che questo atto non rappresenti un trauma per la donna. Ebbene, l'aborto rappresenta in realtà una grande assunzione di responsabilità.
Vi definite "per la vita", ma avete mai pensato al perché il più delle volte si ricorre all'interruzione volontaria di gravidanza, se si eccettuano i casi in cui vi è una malattia del feto o della madre? E avete pensato che volete togliere la possibilità di abortire anche a chi sa di non riuscire con le sue possibilità a garantire al figlio l'indispensabile per una vita dignitosa, con il rischio di compromettere seriamente la propria salute fisica e psichica (oltre a quella del bambino, naturalmente)?
Ora vi saluto. Probabilmente alcuni avranno compreso il mio punto di vista, pur non condividendolo. Sicuramente qualcuno di voi ha smesso di leggere dopo il primo capoverso, dandomi dell'imbecille, o qualcun altro è giunto fin qui, traendo le stesse conclusioni. Non preoccupatevi. Anche se voi non capite me, sono io che vi comprendo. Ma se qualcuno ha tempo e voglia di raccogliere questa palla lanciata nella caotica mischia in area dei dibattiti etici, sarò ben lieto di ascoltarlo. Vi lascio con una domanda:
Voi vi ritenete difensori della vita, ma vi siete mai chiesti quale vita state difendendo?

Samuel Boscarello

martedì 31 dicembre 2013

I Dentici, talenti folk dalla Sicilia: "Cantiamo la ribellione al potente"

Oggi vi propongo il primo singolo inedito de I Dentici, giovanissimo gruppo folk siciliano composto da Simone e Luca Riillo: La Ballata di Sandro.



E' possibile scaricare gratuitamente il brano qui: La Ballata di Sandro - Download

Questa è la mia intervista a I Dentici, realizzata per Il Sette e Mezzo Magazine:


I Dentici, nomen omen: due gemelli, Simone e Luca Riillo, con la passione per la chitarra acustica e il folk italiano, nati e cresciuti nella cittadina in provincia di Caltanisetta, Niscemi. I Dentici, il nome deriva, dalla battuta del fratello maggiore che durante una cena, vedendo un dentice a forno, esclama ai fratelli:”Ma voi siete I-Dentici!". Nascono agli inizi di luglio 2012. Di strada ne hanno ancora tanta da fare, ma dalla loro parte hanno il talento e l’entusiasmo. Dopo essersi fatti conoscere riproponendo i maggiori successi di De André e del cantautore Alessandro Mannarino, adesso si cimentano nella produzione di inediti. “Il tema dei nostri pezzi è la ricerca della libertà, la ribellione al potente”.

 I Dentici sono anche su Facebook!

lunedì 30 dicembre 2013

Storie di immigrati, storie di europei: il Lampedusa Hamburg FC

L’anno si chiude e ogni tifoso di calcio che si rispetti resta in trepidante attesa del giro di boa. Anno nuovo, squadra nuova. Magari anche la classifica cambia, con il mercato in apertura. Un paio di acquisti freschi sotto l’albero, preferibilmente un bomber e un giovane di belle speranze. Ma non solo: guai a dimenticare la Champions League! D’altra parte è adesso che cominciano le sfide stellari tra le grandi d’Europa, e che nomi. Messi e Ronaldo, Balotelli e Gotze, Gibri e Bright. Un momento. Cosa ci fanno due perfetti sconosciuti tra le stelle del firmamento pallonaro? Eppure Bright è un giocatore estremamente duttile, solido centrocampista e insidia delle difese avversarie quando gioca in attacco. Gibri ricopre il ruolo di mezzala, è uno dei più giovani della sua squadra e sogna di diventare come Asamoah. Anche lui, al pari dell’esterno in forza alla Juventus, è ghanese, ma non è stato un osservatore europeo a farlo approdare al calcio. La sua strada è passata dal Sahara, poi il Canale di Sicilia rischiando la vita per giorni, fino all’approdo a Lampedusa. Cinquecento euro assegnati dallo stato italiano e via, senza tante cerimonie, in balia di sé stesso con le tasche semivuote. Una lunga odissea che dal Mediterraneo porta fino all’estremo nord della Germania, ad Amburgo. Ben lontano dalla Jungfernstieg e i suoi negozi di alta moda dove si consumano le esistenze di ricchi e turisti, vale a dire nel quartiere di St. Pauli, un fazzoletto di terra affacciato sull’Elba, rifugio di operai che a fine turno riempiono di chiacchiericcio i pub odorosi di birra e fritto stantio. Le bettole vicino al porto che accolgono i marinai, il distretto a luci rosse di Reeperbahn. Un intreccio di suggestioni potenti fatti di presente e passato, per esempio quello di quattro ragazzi inglesi che all’inizio degli anni Sessanta suonarono, da semisconosciuti, nei locali da suburra prima di divenire quei Fab Four che hanno conquistato il mondo con le loro canzoni.

È il futuro quello che manca, in una delle zone più economicamente depresse della Germania. Ciononostante è proprio da qui che un gruppo di africani scampati a fame, guerra e persecuzioni ideologiche si ritrova a decidere, alle porte dell’estate del 2013, di indossare gli scarpini e scendere sul prato verde, se non altro per dare un nuovo senso alle proprie vite. “I documenti europei che ci hanno dato in Italia per il momento ci permettono di restare qui, – spiega Affo Tchassei ai microfoni di Repubblica – ma non di cercare un lavoro, avere assicurazione sanitaria o pensionistica, diritto alla scuola per i nostri figli”. Così i ragazzi, sotto la guida del mister Takyi Stephen, fondano una vera e propria squadra. Il nome? Lampedusa Hamburg FC, cristallino come il riflesso del sole sul mare dell’isola e profondo come gli abissi che di migranti ne hanno inghiottiti troppi, perché l’Europa rimanga sorda. Eppure ancora oggi permane la convinzione che si tratti di un problema locale, alla pari di un fastidioso inconveniente che va liquidato nel modo più rapido possibile: ebbene, oltre i calcoli politici e ragionieristici ci sono delle vite che cercano di salvarsi da una condanna sicura in paesi in cui ogni diritto è calpestato. Gibri, Bright, Affo e i loro compagni non si perdono d’animo, nemmeno quando il sindaco vieta al pastore Sieghard Wilm di ospitare la squadra in un container nel giardino della chiesa di St. Pauli. Così il Lampedusa Hamburg si trasferisce dentro la chiesa, dividendo le giornate tra allenamenti e partite amichevoli con la prestigiosa squadra del quartiere, l’FC St. Pauli. La Nave Corsara – come viene affettuosamente soprannominato il club dai tifosi – naviga oggi in acque limpide nella Serie B tedesca, lottando per la promozione. Per questo motivo quando, la formazione del coach Stephen sconfigge di fronte ad uno stadio gremito per 5-4 i ben più quotati padroni di casa, è festa. Nulla in palio, si tratta solo di un’amichevole, ma la compagine africana è cosciente di aver vinto qualcosa di più. Sarà che quei cinque gol sono stati messi a segno con la forza della speranza o con la voglia di libertà, ma da allora ogni mercoledì a St. Pauli sfilano cortei per l’integrazione degli immigrati. Forza LampedusHamburg allora: perché ogni loro successo è, almeno un po’, anche nostro.

Samuel Boscarello per cogitoetvolo.it