STASERA CON ParlaMente 18 luglio 2014
sabato 27 luglio 2013
I "grillini" d'Australia: nel cuore del Partito Wikileaks
Che la nuova frontiera della politica fossero i partiti 2.0 si sapeva già. Ma la notizia che ha fatto in poche ore il giro del mondo è che uno degli uomini più ricercati del pianeta ha inaugurato, in videoconferenza dall'ambasciata ecuadoregna a Londra, il Wikileaks Party. Julian Assange, dopo le rivelazioni pubblicate sul celebre sito che hanno messo in imbarazzo i diplomatici di mezzo mondo, dichiara ancora una volta lotta aperta al sistema e lo fa candidandosi al Senato dell'Australia, suo paese d'origine, insieme ad altri sei esponenti del partito in lizza per gli stati di Victoria, Nuovo Galles del Sud e Australia Occidentale.
lunedì 22 luglio 2013
Tour de France, hanno vinto i sospetti
Si è appena conclusa la festa, quella della Grande Boucle che spegne cento candeline a distanza di più di un secolo dalla prima edizione del 1903. Ma mentre Froome taglia trionfale il traguardo parigino non si può non avvertire un groppo alla gola, non solo per la consapevolezza che la festa è finita e da oggi non ci saranno più le emozioni regalateci dalla doppia scalata dell'Alpe d'Huez e dalle volate finali tra Cavendish e Sagan, almeno fino all'anno prossimo. L'impressione è che la passione sia smorzata dalla diffidenza che ormai gli appassionati provano nel vedere un nuovo campione che si inerpica per le salite e subito dopo ha forza sufficiente per scattare più volte, difendersi dagli attacchi e allungare in classifica. Il britannico vincitore ha dovuto vedersela con insinuazioni di ogni genere da parte di tifosi e stampa per certi suoi tempi strepitosi, come in occasione dell'ascesa sul Mont Ventoux.
Troppi casi hanno oscurato il passato di questo sport e lasciato una macchia nelle carriere di tanti corridori. Da Contador, la cui vittoria nell'edizione 2010 della corsa francese è stata cancellata dal controverso caso della bistecca al clenbuterolo, all'arresto di Remy Di Gregorio avvenuto l'anno scorso, durante il primo giorno di riposo del Tour a Bourg-en-Bresse. Tanti piccoli buchi neri che attirano nel vuoto tutto ciò che resta alla luce del sole: la straordinaria prova di Quintana, il giovane Moreno Moser che ha mostrato sprazzi di classe nelle salite e lo spettacolo della Versailles-Parigi, l'arrivo al crepuscolo salutato dalle proiezioni olografiche sull'Arco di Trionfo e dal tricolore disegnato nel cielo dalla flotta aerea. Ad incombere su tutto, quelle sette bande nere che sporcano l'albo d'oro dove una volta era scritto il nome di Lance Armstrong.
La macchina del doping ha un funzionamento complesso che comprende gli sponsor, il cui potere finanziario può decidere la sopravvivenza di una squadra, vedere Team Barloworld, i dirigenti ansiosi di accaparrarsi gli accordi economici migliori ed infine gli atleti, contemporaneamente complici e vittime del sistema, piccoli Faust in caschetto e divisa. Prima vengono le vittorie, gli avversari sempre più alla portata, la resistenza che aumenta a vista d'occhio; poi ci sono le conseguenze, che siano esse scatenate da un test a sorpresa, una crisi improvvisa che porta alla morte (come accadde all'inglese Simpson) o un decadimento fisico precoce. Come sempre la chiave di tutto sta nell'organizzazione: quanto sarebbe bello immaginare un Tour con tappe più brevi, velocità minori e orari di gara meno caldi. Perché ogni nuovo caso di doping è una richiesta di aiuto da parte di uno sport troppo corrotto, immemore di coloro che con anfetamine ed Epo hanno trovato la fine della carriera o della vita, si pensi rispettivamente a Riccò e Pantani. Quando si terrà in conto tutto ciò, allora potremo tornare a guardare il ciclismo senza nutrire sospetti che rasentano la paranoia, magari strabuzzando gli occhi come bambini nel vedere un fresco ragazzo svettare sul Col du Tourmalet. Forse un giorno, davanti all'ennesimo campione caduto in basso, tutto questo accadrà.
Troppi casi hanno oscurato il passato di questo sport e lasciato una macchia nelle carriere di tanti corridori. Da Contador, la cui vittoria nell'edizione 2010 della corsa francese è stata cancellata dal controverso caso della bistecca al clenbuterolo, all'arresto di Remy Di Gregorio avvenuto l'anno scorso, durante il primo giorno di riposo del Tour a Bourg-en-Bresse. Tanti piccoli buchi neri che attirano nel vuoto tutto ciò che resta alla luce del sole: la straordinaria prova di Quintana, il giovane Moreno Moser che ha mostrato sprazzi di classe nelle salite e lo spettacolo della Versailles-Parigi, l'arrivo al crepuscolo salutato dalle proiezioni olografiche sull'Arco di Trionfo e dal tricolore disegnato nel cielo dalla flotta aerea. Ad incombere su tutto, quelle sette bande nere che sporcano l'albo d'oro dove una volta era scritto il nome di Lance Armstrong.
La macchina del doping ha un funzionamento complesso che comprende gli sponsor, il cui potere finanziario può decidere la sopravvivenza di una squadra, vedere Team Barloworld, i dirigenti ansiosi di accaparrarsi gli accordi economici migliori ed infine gli atleti, contemporaneamente complici e vittime del sistema, piccoli Faust in caschetto e divisa. Prima vengono le vittorie, gli avversari sempre più alla portata, la resistenza che aumenta a vista d'occhio; poi ci sono le conseguenze, che siano esse scatenate da un test a sorpresa, una crisi improvvisa che porta alla morte (come accadde all'inglese Simpson) o un decadimento fisico precoce. Come sempre la chiave di tutto sta nell'organizzazione: quanto sarebbe bello immaginare un Tour con tappe più brevi, velocità minori e orari di gara meno caldi. Perché ogni nuovo caso di doping è una richiesta di aiuto da parte di uno sport troppo corrotto, immemore di coloro che con anfetamine ed Epo hanno trovato la fine della carriera o della vita, si pensi rispettivamente a Riccò e Pantani. Quando si terrà in conto tutto ciò, allora potremo tornare a guardare il ciclismo senza nutrire sospetti che rasentano la paranoia, magari strabuzzando gli occhi come bambini nel vedere un fresco ragazzo svettare sul Col du Tourmalet. Forse un giorno, davanti all'ennesimo campione caduto in basso, tutto questo accadrà.
Samuel Boscarello per ilcalcio24.it
giovedì 18 luglio 2013
Il cambiamento val bene un "orango"
Di questi tempi sembra che tutti se la
prendano con la Kyenge. Perché, mi chiedo? Ce ne sarebbero cose
gravi da rinfacciare a ben altri personaggi, ministri e non. Alfano,
che dopo essersi fatto soffiare da sotto il naso la moglie del più
importante oppositore del regime kazako, promette di silurare un
numero indefinito di dipendenti del Viminale. O Bondi, il quale
afferma tranquillamente che l'alta incidenza dei tumori nella zona di
Taranto non è dovuta ai fumi tossici dell'Ilva, bensì alle
sigarette e all'alcol. Dal canto suo la Kyenge è una che lavora
tanto senza far troppo rumore, non sbraita nei salotti televisivi,
conosce bene l'italiano ma ignora il politichese e sembra la sorella
nostrana di Oprah Winfrey. Ed ecco il problema, la pelle. Quando non
si può attaccare direttamente l'operato di qualcuno che finalmente
vuole superare i limiti cronici della chiusura nazionalista italiana
(abolizione del reato di immigrazione clandestina, istituzione dello
ius soli), si passa agli insulti. Prima il becero teatrino sulle
origini congolesi della ministra messo in scena di fronte ai
parlamentari di tutta l'Europa da Borghezio, che come premio per la
sua abilità oratoria ha ricevuto l'espulsione dal gruppo degli
Euroscettici. Poi la nauseante ed infelice battuta da osteria di
Calderoli: “Quando la vedo penso ad un orango”. Impossibile
difendere l'espressione classificandola come un'uscita in scivolata
da comizio elettorale, né spalleggiarla ostinatamente come il
compare leghista Stival, che definisce la frase “offensiva per l'orango”.
Altresì inammissibile tentare una giustificazione messa in piedi con
un paio di sofismi, al pari della senatrice Fucksia (M5S) che si
autodefinisce simile ad una papera.
Il ricorso al razzismo per smontare in
modo violento un avversario inattaccabile non è nuovo a noi italiani
maestri dello sbeffeggio, che duemila anni fa prendevamo in giro
Cicerone per il suo porro al naso e oggi dileggiamo volentieri
Brunetta e Berlusconi per la loro statura. Tuttavia ne passa dal
semplice nomignolo, utilizzato ora come oggetto di satira ora come
strumento di indignazione, alla xenofobia più pronunciata, fatta di
ululati dalle curve degli stadi e grida trasudanti di grappa.
Dobbiamo ancora comprendere la ricchezza dell'immigrazione, in
termini di apertura mentale e rilancio economico del nostro paese.
Gli americani lo hanno capito da tempo, loro che a cavallo tra
l'ottocento e il novecento vedevano Ellis Island affollarsi di gente
proveniente da Agrigento o Avellino. In una relazione del 1912 i
nostri antenati venivano descritti come “di piccola statura e di
pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché
tengono lo stesso vestito per molte settimane. Dicono che siano
dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li
evitano perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati
quando le donne tornano dal lavoro”. E come loro, naturalmente
tutti gli altri che dai luoghi più disagiati del pianeta cercavano
fortuna nella terra del Sogno Americano. Che coincidenza! Eppure
ventiquattro anni dopo, mentre Hitler si trastullava con le sue idee
da ciarlatano del lotto sulla purezza della razza, la freccia nera
Jesse Owens umiliava gli atleti ariani alle Olimpiadi di Berlino e
Louis Armstrong sbancava ad ogni concerto.
Oggi l'inquilino della Casa Bianca è
un discendente delle etnie inglese, tedesca e keniota, mentre
Sylvester Stallone potrebbe recarsi a Bari per una rimpatriata di
famiglia. Per non parlare dei vari Tiger Woods, Stephen King, Steve
Jobs e Matt Groening. Basta rifugiarci dietro il luogo comune
dell'immigrato che viene a rubare il lavoro agli italiani, piuttosto
pensiamo ai nostri giovani costretti ad espatriare a causa di una
guerra civile fatta di politici ingordi e imprenditori senza
scrupoli, due figure che spesso combaciano nella stessa persona.
Apriamo le nostre frontiere e diamo il diritto a chi nasce qui di
essere un cittadino italiano, fermi e risoluti come la Kyenge, perché
le idee sono più forti degli insulti. Avanti, ministra: il
cambiamento val bene un “orango”.
lunedì 15 luglio 2013
Homer Simpson ha perso La Voce: addio a Tonino Accolla
Quello del doppiatore è un mestiere duro e indispensabile, come il mediano o lo spalaneve. Anche se il successo di un film dipende in gran parte dal doppiaggio, quasi sempre a raccogliere il merito di una gag comica o una battuta epocale è l'attore, tralasciando quanti traduttori abbiano sudato per adattare all'italiano un'allitterazione inglese e la fatica necessaria a dare una voce credibile ad un protagonista. Eppure pensate a Rocky Balboa con la voce di Pupo. Sarebbe tremendo, vero? Il lavoro del doppiatore è di fiato e resistenza (un esempio su tutti, la cadenza massacrante del Sergente Hartman in Full Metal Jacket), la cui gratificazione è un trafiletto nei titoli di coda, quando le poltrone del cinema si svuotano e gli immancabili spettatori assonnati si sgranchiscono le gambe. Poi ci sono i migliori, quelli cui il pubblico si affeziona perché la loro voce è sinonimo di grandi capolavori del cinema che spesso diventano simboli di un'intera generazione. I Simpson sono il marchio d'eccellenza della classe '90-'95, arrivando a contagiare grandi e piccoli con il sarcasmo raffinato, l'ironia mai grossolana e la straordinaria umanità di Homer Simpson. Il capofamiglia di Evergreen Terrace rappresenta ognuno di noi, con qualche talento e tanti difetti. Ogni volta che Homer si addormenta sul posto di lavoro, fa le ore piccole alla taverna di Boe o esulta di fronte ad una costoletta di maiale, è come se fossimo presi per la spalla e ci venisse sussurrato: "Non preoccuparti. Capita anche a me, che sono il simbolo della serie più amata degli anni novanta e duemila". Il merito dell'impagabile singolarità del carattere di Homer è dovuto alla classe di Tonino Accolla. Se Frank Sinatra era "The Voice", egli invece rappresentava "La Voce" dei più amati personaggi del pubblico italiano. Il timbro gutturale di Homer e i suoi tanti tormentoni ormai passati alla storia quali "D'Oh" e "Mitico!", la leggendaria risata di Eddie Murphy e la parlantina sbrigliata di Jim Carrey in Una Settimana da Dio. Si deve a lui la direzione del doppiaggio di gran parte delle stagioni de I Simpson (compreso il fortunato film del 2007) e di altre pellicole indimenticabili come Titanic e Avatar, oltre ad un'interminabile serie di attori e personaggi cui ha prestato la voce. Una carriera straordinariamente prolifica che ha contribuito in modo determinante alla fama dell'Italia come patria di grandi doppiatori, al pari di Ferruccio Amendola e Renato Izzo, da considerare il padre artistico di Accolla, avendolo scoperto ed avviato alla carriera di doppiatore. Da oggi in poi gli attori e i personaggi che più hanno appassionato il pubblico italiano non saranno più gli stessi: hanno perso per sempre la loro fantastica voce. Grazie, "Mitico" Tonino!
giovedì 11 luglio 2013
Le Sentenze del Sabato Sera
C’è solo una cosa peggiore di un arbitro brasiliano che accoltella un giocatore in campo e viene squartato dalla folla inferocita. Si tratta del perbenismo ipocrita della gente che a novemila chilometri di distanza viene a conoscenza della notizia e imbracciando la tastiera mitraglia sentenze contro i “selvaggi”.
La specie del Sentenziante Domenicale non è certo in via d’estinzione. Al contrario, il web sta favorendo lo sviluppo esponenziale di questi esemplari, che una volta vivevano confinati nelle riserve naturali dei Bar Sport. Adesso l’areale dei sentenzianti è costituito da social network, box a fondo pagina riservati a commentare le notizie divulgate dalle grandi testate giornalistiche e forum. Sono subito riconoscibili per gli attacchi gratuiti all’oggetto della loro filippica e per il linguaggio, che è classificabile tra lo sgrammaticato (k per ch, genocidio di maiuscole e punteggiatura) e l’offensivo. Il loro più alto obiettivo è ricevere l’approvazione dei simili, riassunta in un “mi piace” o in un commento altrettanto scurrile. Si trovano dappertutto accanto a noi, camuffati in una perfetta posa da mancato opinionista televisivo e pronti ad attaccare con le loro argomentazioni imparate a memoria, alla maniera del Giovin Signore di Parini.
I più pericolosi si scatenano in occasione di un fatto di cronaca nera, meglio se si tratta di un immigrato stupratore o di un’autobomba in Medio Oriente, e il loro numero preferito è la caccia all’untore. E così da sabato scorso, quando sul web hanno cominciato a circolare le prime immagini dell’arbitro ventenne decapitato, gli arti spezzati e il corpo tumefatto, hanno cominciato a fiorire boccioli di ipocrisia pura in frasi del tipo “Io non sono come loro” e “Non sono degni di organizzare i Mondiali”, come se le vittime della faida fossero Messi e Webb, non due ragazzi che si trovavano su quel campo in vesti diverse, ma con l’unico scopo di dimenticare almeno per novanta minuti la povertà dei bairros dello stato di Maranhao.
Sono le sentenze del sabato sera, solo che al posto dei Bee Gees e di John Travolta ci sono piccoli Sgarbi seduti su poltroncine virtuali, ognuno protagonista di un talk show ad personam. Alcuni illuminati arrivano a proporre di vietare alla nazionale italiana di partire per il Brasile l’anno prossimo, “per motivi di sicurezza”. Perché in Italia naturalmente non avvengono cose del genere. Tutto ordinario, nel paese in cui si grida al linciaggio se un extracomunitario ruba per fame e poi si costruisce un caso mediatico intorno a Zio Michele e la Cugina Sabrina, con pianti in diretta televisiva e un certo Vespa che ronza gongolante di fronte al suo bel plastico.
Perché se ciò che è successo in Brasile è l’atto di un popolo ignorante e analfabeta (altra perla di Saggezza Sentenziante), allora in Italia dovremmo vergognarci e calare le bandiere a mezz’asta ogni volta che sentiamo parlare di Stefano Cucchi, Filippo Raciti e della macelleria messicana alla Diaz. Tutti gli episodi di una violenza così primitiva e irrazionale hanno come unica causa la disperazione del vivere, e di quello non sono colpevoli gli esecutori dell’omicidio, per quanto essi siano da condannare senza pietà. I mandanti dello spargimento di sangue sono altri. Provate a guardare in televisione o sul web tutti coloro che in Italia, Brasile e ogni altra parte del mondo arricchiscono il banchetto del potere con le carni della povera gente. Inveite pure contro di loro, cari sentenzianti. Guadagnerete meno “mi piace”, ma almeno avrete imparato a guardare oltre le apparenze.
La specie del Sentenziante Domenicale non è certo in via d’estinzione. Al contrario, il web sta favorendo lo sviluppo esponenziale di questi esemplari, che una volta vivevano confinati nelle riserve naturali dei Bar Sport. Adesso l’areale dei sentenzianti è costituito da social network, box a fondo pagina riservati a commentare le notizie divulgate dalle grandi testate giornalistiche e forum. Sono subito riconoscibili per gli attacchi gratuiti all’oggetto della loro filippica e per il linguaggio, che è classificabile tra lo sgrammaticato (k per ch, genocidio di maiuscole e punteggiatura) e l’offensivo. Il loro più alto obiettivo è ricevere l’approvazione dei simili, riassunta in un “mi piace” o in un commento altrettanto scurrile. Si trovano dappertutto accanto a noi, camuffati in una perfetta posa da mancato opinionista televisivo e pronti ad attaccare con le loro argomentazioni imparate a memoria, alla maniera del Giovin Signore di Parini.
I più pericolosi si scatenano in occasione di un fatto di cronaca nera, meglio se si tratta di un immigrato stupratore o di un’autobomba in Medio Oriente, e il loro numero preferito è la caccia all’untore. E così da sabato scorso, quando sul web hanno cominciato a circolare le prime immagini dell’arbitro ventenne decapitato, gli arti spezzati e il corpo tumefatto, hanno cominciato a fiorire boccioli di ipocrisia pura in frasi del tipo “Io non sono come loro” e “Non sono degni di organizzare i Mondiali”, come se le vittime della faida fossero Messi e Webb, non due ragazzi che si trovavano su quel campo in vesti diverse, ma con l’unico scopo di dimenticare almeno per novanta minuti la povertà dei bairros dello stato di Maranhao.
Sono le sentenze del sabato sera, solo che al posto dei Bee Gees e di John Travolta ci sono piccoli Sgarbi seduti su poltroncine virtuali, ognuno protagonista di un talk show ad personam. Alcuni illuminati arrivano a proporre di vietare alla nazionale italiana di partire per il Brasile l’anno prossimo, “per motivi di sicurezza”. Perché in Italia naturalmente non avvengono cose del genere. Tutto ordinario, nel paese in cui si grida al linciaggio se un extracomunitario ruba per fame e poi si costruisce un caso mediatico intorno a Zio Michele e la Cugina Sabrina, con pianti in diretta televisiva e un certo Vespa che ronza gongolante di fronte al suo bel plastico.
Perché se ciò che è successo in Brasile è l’atto di un popolo ignorante e analfabeta (altra perla di Saggezza Sentenziante), allora in Italia dovremmo vergognarci e calare le bandiere a mezz’asta ogni volta che sentiamo parlare di Stefano Cucchi, Filippo Raciti e della macelleria messicana alla Diaz. Tutti gli episodi di una violenza così primitiva e irrazionale hanno come unica causa la disperazione del vivere, e di quello non sono colpevoli gli esecutori dell’omicidio, per quanto essi siano da condannare senza pietà. I mandanti dello spargimento di sangue sono altri. Provate a guardare in televisione o sul web tutti coloro che in Italia, Brasile e ogni altra parte del mondo arricchiscono il banchetto del potere con le carni della povera gente. Inveite pure contro di loro, cari sentenzianti. Guadagnerete meno “mi piace”, ma almeno avrete imparato a guardare oltre le apparenze.
Samuel Boscarello per cogitoetvolo.it
mercoledì 10 luglio 2013
Alla scoperta dell'Esercito di Silvio
Immaginate di svegliarvi una mattina e scoprire che si è formato un nuovo esercito, di stanza a due passi da casa tua. Una sorta di Hitler Jugend, solo che invece di camicie brune e passo dell'oca esso consiste in un tripudio campanilista delle parole chiave che hanno accompagnato la scalata di Berlusconi al potere: l'home page del sito dedicato all'Esercito di Silvio si apre con una scritta che campeggia trionfale. "L'esercito della libertà", sottotitolo "Uniti per difendere il Presidente Berlusconi". Se si vuole provare un brivido di terrore è bene dare un'occhiata il contatore degli arruolamenti a destra, che segna già 19mila volontari pronti a combattere nella Campagna d'Italia, che in pratica sarebbe un tour in difesa di Colui-Che-E'-Vittima-Delle-Toghe-Rosse. Da notare l'onnipresente simbolo di Forza Italia, salutato come il partito che riunificherà il centro-destra attraverso questo grande viaggio dai toni vagamente napoleonici. Da Bari a Padova, passando da Roma, Milano e Torino, le piazze saranno riempite per metà da accaniti sostenitori dell'Esercito, mentre l'altro cinquanta percento sarà probabilmente costituito da figuranti, abitudine non nuova per i berlusconiani. Insomma, un gioco da ragazzi. Perfino arruolarsi è più semplice che votare alle primarie del Pd; basta inserire poche generalità, email e telefono e poi sarete pronti a sostenere il Presidente nella Guerra dei Vent'anni. Leggendo i commenti dei soci di questa Invincibile Armata sembra di trovarsi di fronte alla descrizione di un giovane Lupetto che si appresta a diventare Esploratore. Berlusconi viene definito umile, disposto ad ascoltare i giovani, comunicativo e chi più ne ha più ne metta. Il tutto a fianco di una biografia in stile Mahatma che titola "La vita straordinaria di Silvio Berlusconi", la quale dipinge il Presidente come uno statista, vittima di un costante complotto ordito dalla sinistra e tuttavia impegnato a risolvere le questioni italiane ed internazionali. Peccato che abbiano dimenticato di scrivere che da Arcore non è solo passata "la storia del nostro paese", ma anche un numero indefinibile di soubrette e giovani nipoti di capi di stato maghrebini. Non figurano nemmeno le perle di saggezza stillate dalla sua bocca in varie occasioni, come quando definì Obama "giovane, bello e abbronzato" o la Merkel una "culona inchiavabile". Il resto è tutto uno spumeggiare di retorica, un ritratto che vede Silvio come il Padre della Patria e l'uomo giusto per salvare l'Italia. Insomma, la solita solfa che ci viene rifilata da vent'anni, solo riproposta con le parole di entusiasti pidiellini in partenza per la loro battaglia. Ultima, imperdibile chicca, la voce "Organizzazioni aderenti". Quasi metà di esse (quattro su nove) sono sezioni territoriali dei Promotori della Libertà, mentre tra le altre troviamo Forza Insieme, Voce dell'Italia Studentesca (forse di un atomo di essa: fatevi un giro nei social network e guardate un po' cosa ne pensano i giovani del Berlusca), il Club della Libertà e un paio di associazioni i cui fondatori erano forse un po' a corto di fantasia al momento di scegliere il nome: Dai Forza All'Italia, con il suo inconfondibile gusto di lista-civetta, e il tocco finale: Azzurri '94, il cui obiettivo è forse quello di dimostrare che l'errore dal dischetto di Baggio contro il Brasile fu il risultato di una congiura ordita dalla Boccassini in combutta con il Pds. Cari Silviofili, aprite gli occhi. Quando vi accorgerete che la vostra Crociata è un'Armata Brancaleone, sarà ormai troppo tardi. Fate qualcos'altro per ingannare il tempo, coltivate girasoli, datevi al fai-da-te o cercate una nuova cura all'uveite. Ma, per favore, non rendete l'Italia ancora più ridicola.
sabato 6 luglio 2013
Mattatoio brasiliano, faida in campo: due morti
| L'arbitro Otavio Jordao da Silva de Catanhede, torturato e decapitato in campo. |
Capita tutto troppo velocemente perché qualcuno si possa accorgere di quanto sta accadendo. L'arbitro, il ventenne Otavio Jordao da Silva de Catanhede, espelle Josenir dos Santos Abreu. Il giocatore (31 anni) non ci sta e prende a calci il direttore di gara, il quale estrae un coltello e lo affonda nel petto di Josenir. Quando il giovane cade a terra, i tifosi insorgono. Entrano in campo, trascinano l'arbitro e lo legano al palo. Poi comincia il rituale della vendetta: botte e sassate, qualcuno decapita la vittima e ne espone la testa. Quando la folla si dirada, ai soccorritori non resta che raccogliere il cadavere fatto a brani. Due morti nel mattatoio maranhense, tutti colpevoli, nessuno assolto. Il pallone rotola ancora una volta nel sangue e noi vi chiediamo: fermatevi; per un giorno, una settimana o un mese. Abbassate le bandiere a mezz'asta e portate il lutto al braccio. Perché se la tomba del calcio è stato l'Heysel, ogni giorno che passa qualcuno la scoperchia per poter infierire ancora un po'.
Samuel Boscarello per ilcalcio24.it
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