STASERA CON ParlaMente 18 luglio 2014

martedì 21 gennaio 2014

Intervista a Gianni Cuperlo: "Spendiamo troppo poco in innovazione e ricerca"

Foto: lettera43.it

Gianni Cuperlo arriva trafelato. La mattina è umida e piovosa, l’aria densa come quella che si respira in via del Nazareno. È il giorno in cui si tirano le somme di un incontro che si candida al titolo di “Evento Politico del 2014”: se l’incontro tra Renzi e Berlusconi sia la fine del ventennio e (o) l’inizio di una nuova stagione politica di riforme non si sa, ma per i media è manna nel deserto. Il presidente del Pd risponde alla salva di domande, poi bocca cucita. Non è il momento di parlare di legge elettorale, non qui ed ora.

E’ domenica 19 gennaio e siamo a Caltagirone, quarantamila anime arrampicate su una collina in provincia di Catania. Il paese che beffò il Duce con lo spettacolare panorama marittimo (nell’entroterra siciliano) che avrebbe dovuto fare da scenario alla nuova città di Mussolinia. Il luogo che diede i natali all’eclettico Don Luigi Sturzo: statista fondatore del Partito Popolare e fermamente antifascista, ma anche pubblicista, appassionato di musica, teatro e critica letteraria. Cuperlo ringrazia Pierluigi Castagnetti, un passato tra i nuovi Popolari di Martinazzoli prima di uncursus in quattro legislature tra La Margherita e il Pd, che da presidente della associazione “I Popolari” fa gli onori di casa, in occasione del novantacinquesimo anniversario dell’Appello ai liberi e forti.

Si parla di passato e futuro, divisioni e convergenze. La necessità è riportare l’economia alla semplicità, la politica alla moralità senza colore di partito, secondo il solco tracciato da Sturzo a Berlinguer e scomparso nella palude di Mani Pulite. Vallo a spiegare ai giovani, peraltro molto pochi in sala. Comprensibilmente disaffezionati e immeritatamente disillusi, svuotano i loro paesi in un’odissea che li porta dalle città universitarie all’estero, probabilmente in via definitiva, con in tasca una laurea che non dà opportunità di lavoro.

Quella delle università “è un’ampia riforma complessiva che bisogna fare: – rileva Cuperlo ad Ateniesi – rafforzare il rapporto sul territorio tra i poli universitari e le strutture economiche produttive, anche industriali”. Proprio alle industrie e alle imprese è indirizzato il suo monito. “Bisogna che facciano uno sforzo nella direzione giusta. In Italia si investe troppo poco in innovazione e ricerca, lo fanno anche le imprese”. Una misura da Jobs Act, che però non ha ancora preso posto all’interno del testo programmatico. E a proposito del previsto assegno universale per chi perde il posto di lavoro: “Ci sono diverse soluzioni tecniche. Il Parlamento Europeo ha votato una direttiva sul reddito familiare, quello individuale ha un carattere diverso e oneri di spesa molto più significativi”. Il primo passo verso il reddito minimo garantito? “Non c’è dubbio che bisogna estendere il sistema degli ammortizzatori sociali anche a chi oggi non è garantito, soprattutto lavoratori discontinui di vecchia e nuova generazione. Vedremo anche dal punto di vista del merito e della tecnica quale sarà la soluzione”.

Nel frattempo i giornali parlano di pace fatta tra centrosinistra e centrodestra e ripropongono il videomessaggio di Berlusconi. Grillo invece chiama a raccolta gli iscritti per formulare la proposta pentastellata di legge elettorale, sotto la guida di Aldo Giannuli. Chissà se anche il genovese vedrà recapitarsi un invito in casa Pd. Nel dubbio, il giudizio di Cuperlo è salomonico. “Le do il telefono di Renzi. Lo chiami, si faccia dare la risposta e poi me la dica”.

Samuel Boscarello per Ateniesi.it

giovedì 9 gennaio 2014

Legge elettorale: dove ci porta "Le Mattaraille"?

Non c’è che dire, bisogna fare i complimenti a Enrico Letta. Ad aprile, mentre il neo-premier giurava con la sua squadra di governo e fuori scoppiava il pandemonio, non in pochi pensavano che non sarebbe arrivato a mangiare il panettone. Invece, nonostante gli inevitabili capitomboli che costituiscono gli effetti collaterali delle larghe intese, Enrico è ancora lì. Un piccolo traguardo da aggiungere alla bacheca personale, insieme al non pervenuto alleggerimento del peso fiscale, all’aver rimandato il reddito minimo garantito e al mezzo silenzio sui tagli ai costi della politica. L’abolizione del finanziamento pubblico (chiamiamolo così, fa meno ipocrita) ai partiti? Bene. Ma se funzionerà è ancora da vedere. Tuttavia c’è una cosa in merito alla quale tanto si parla e poco si fa. Non stiamo parlando del precariato, ma della legge elettorale.

Del Porcellum, che non è un riferimento alla filosofia politica dei suoi fautori, se ne dicono di tutti i colori. Approvata in ossequio a un democraticissimo ricatto di Silvio Berlusconi (o vinco io o cade il governo), ha avuto tempo di lasciare il segno su due legislature prima di essere dichiarata incostituzionale dalla Corte. Non sappiamo se Letta arriverà anche a scartare l’uovo pasquale (il che in parte dipenderà anche da Renzi), ma certo è che un’altra tornata elettorale calderoliana sarebbe insostenibile. E con l’attuale situazione di stallo politico, non resterebbero molte alternative alla chiusura della diciassettesima legislatura. Così la prima cosa che l’Italia ha da fare è guardarsi intorno, come uno studente impreparato durante un compito in classe, e vedere se tra i banchi vicini c’è qualcosa di buono da cui poter trarre spunto.

Adesso, il centrosinistra vuole il doppio turno alla francese e il centrodestra berlusconiano preferisce il reintegro del vecchio sistema misto, con buone probabilità di influenzare anche la posizione di Ncd. Con tali presupposti, ilMattarellum francofono di Renzi – chiamiamolo Mattaraille – appare come una bozza ben delineata, forse migliorabile e da chiarificare in alcuni punti, nel complesso proponibile. Innanzitutto il primo fattore positivo è l’attuabilità politica. Mantenere il rapporto 75:25 tra quota maggioritaria e proporzionale, e nello stesso tempo introdurre il doppio turno in caso di mancato raggiungimento del traguardo fissato intorno al 40%, potrebbe essere una via per un’intesa tra le parti senza scendere a patti col diavolo. C’è però la possibilità che il “premio di governabilità” di 75 seggi possa diventare un’arma a doppio taglio. Se da un lato infatti può garantire una maggiore stabilità in un momento come questo, in cui la maggioranza assoluta è una chimera, dall’altro si rischia di andare a parare in un meccanismo analogo a quello che nelle ultime elezioni ha fatto sì che meno di trecentomila voti si trasformassero magicamente in 120 seggi alla Camera. Una sproporzione democraticida.

Infine rimane da affrontare la questione di una forzatura del bipolarismo, in un Paese in cui al momento vi sono tre forze politiche che praticamente si equivalgono. Supponiamo di votare con questo sistema: il centrosinistra è in vantaggio, ma non abbastanza per vincere al primo turno. Seguono centrodestra e M5S. A questo punto si giunge a uno snodo fondamentale, che porta alla selezione dei due candidati principali per la seconda tornata. Ecco che la presenza grillina, che all’apparenza potrebbe sembrare disturbante come un discorso di Giovanardi, potrebbe rivelarsi l’occasione di un’alleanza fondamentale per ottenere un governo forte, a condizione che essa sia alla pari e con punti chiari e condivisi.

In sintesi, quali sono i passaggi chiave? In primis, trovare una soluzione ragionevole (parola insolita, vero?) con le altre parti, senza piegarsi alla volontà altrui. In seguito andare al voto con il Mattaraille e trovare un’intesa costruttiva con Grillo. Renzi ci sta già provando. Dalle parti di Genova c’è ancora fredda chiusura, ma il leader del Movimento non può non considerare quella fetta di elettori delusi dalla mancata intesa con il Pd, condita dalle battute al vetriolo della Lombardi: sbattere la porta in faccia a ogni possibile dialogo, trincerandosi dietro gli hashtag, sarebbe un “Suicidio a Cinque Stelle”. E ciò non vale solo per Grillo. Dunque per favore, Matteo e Beppe, non litigate.

E se proprio non funzionasse sbirciare il compito del vicino di banco, le alternative non mancherebbero di certo. Da qualche mese si parla di Cangurum, ossia del modello australiano. L’elettore vota non uno, ma tutti i candidati, classificandoli in base alla preferenza. Se la somma dei primi voti non porta a maggioranza assoluta, si elimina la coalizione dalla percentuale più bassa e le seconde scelte vengono ripartite tra i candidati ancora in lizza, fino a raggiungere il fatidico 50% più uno. Efficace e indolore, senza inciuci e larghe intese. Importarlo con le dovute modifiche in Italia sarebbe, a mio avviso, come chiedere un suggerimento allo studente modello seduto dalla parte opposta della classe: audace e provocatorio, ma se funzionasse…

(Foto: notizienazionali.net)

Samuel Boscarello per Ateniesi

giovedì 2 gennaio 2014

Aborto: lettera aperta ai pro-life

Cari pro-life,
Prima di tutto vi dico che non mi definisco un pro-choice. A dire il vero non capisco l'esistenza di questa etichetta. Perché chi difende i diritti delle donne in gravidanza (o almeno, di una parte di loro) deve essere "pro-choice", come chi si pone a tutela dell'uguaglianza tra coppie eterosessuali ed omosessuali deve vedersi definito "gay friendly"? Faccio un esempio: oggi non credo ci sia un termine definito per chi non fa discriminazioni razziali. E', per fortuna, una cosa normalissima considerare europei, cinesi ed africani sullo stesso piano, semmai gli idioti sono coloro che sostengono il contrario. Ebbene, per me sostenere i diritti di una donna che si trova ad affrontare una gravidanza è una cosa normale, che non ha bisogno di essere definita ulteriormente.
Ma passiamo ad un elemento fondamentale del dibattito sull'aborto, in questi giorni particolarmente acceso a causa della linea restrittiva (reazionaria, la definisco io) imposta dal governo Rajoy in Spagna. Come spiegato in questo articolo di Chiara Trompetto per Ateniesi, noi non siamo "contro la vita". Se lo fossimo dovremmo sostenere l'obbligo di aborto per tutte le gravidanze indesiderate. Ma siamo coscienti che ovviamente questa sarebbe una barbarie, un'imperdonabile irruzione dello stato all'interno di quella inviolabile sfera intima che costituisce la vita privata dell'individuo. Il diritto di cui parliamo noi è quello di poter scegliere, in quanto la legge deve lasciare la possibilità di scelta ai singoli riguardo ad una questione così delicata. Io voglio un'Italia che alle donne dal pancione indesiderato dica: "Bene. Hai la possibilità di scegliere se continuare o fermarti qui, sapendo che sarai tutelata allo stesso modo, qualunque sarà la tua scelta". Vi prego, non confondete il diritto con la morale: il primo deve essere difeso a spada tratta nella vita pubblica e nelle aule parlamentari, la seconda è una cosa che riguarda la propria persona e va affrontata come e dove pare più opportuno: in camera propria, in clinica o in un confessionale.
Non siamo ipocriti. Sappiamo che la legalizzazione dell'aborto non serve ad eliminare le IVG, ma ad interrompere il circolo vizioso (e spesso mortale) degli interventi clandestini, dei tentativi casalinghi e del contrabbando di farmaci come la tanto discussa pillola RU486, assunti senza alcun controllo medico. Gli obiettori di coscienza vanno limitati in numero e va garantito in ogni struttura ospedaliera del personale disponibile ad effettuare interruzioni di gravidanza. Solo così, rendendo i diritti a pieno appannaggio dei cittadini, si può sconfiggere la piaga dei rischiosissimi rimedi fai-da-te. Volete che non ci sia più bisogno di ricorrere all'aborto? Allora informate e informatevi, parlate anche voi dei contraccettivi e incoraggiate il loro uso. Distruggiamo tutti insieme il tabù del sesso, figlio dell'oscurantismo. Ma sappiate che non esiste l'anticoncezionale perfetto e che non tutte le donne che si presentano in consultorio sono delle ragazzine ingenue che si sono spinte un po' troppo in là.
Vi chiedo anche di non tacciare di omicidio le donne che abortiscono. Se alcuni di voi (non tutti, ne sono certo) credono che l'aborto sia un gesto di codardia, una strada più breve per scrollarsi di dosso le responsabilità delle proprie azioni, allora mi farei qualche domanda su chi sia il barbaro insensibile in questa situazione. O forse siete convinti che chi abortisce lo faccia a cuor leggero, che questo atto non rappresenti un trauma per la donna. Ebbene, l'aborto rappresenta in realtà una grande assunzione di responsabilità.
Vi definite "per la vita", ma avete mai pensato al perché il più delle volte si ricorre all'interruzione volontaria di gravidanza, se si eccettuano i casi in cui vi è una malattia del feto o della madre? E avete pensato che volete togliere la possibilità di abortire anche a chi sa di non riuscire con le sue possibilità a garantire al figlio l'indispensabile per una vita dignitosa, con il rischio di compromettere seriamente la propria salute fisica e psichica (oltre a quella del bambino, naturalmente)?
Ora vi saluto. Probabilmente alcuni avranno compreso il mio punto di vista, pur non condividendolo. Sicuramente qualcuno di voi ha smesso di leggere dopo il primo capoverso, dandomi dell'imbecille, o qualcun altro è giunto fin qui, traendo le stesse conclusioni. Non preoccupatevi. Anche se voi non capite me, sono io che vi comprendo. Ma se qualcuno ha tempo e voglia di raccogliere questa palla lanciata nella caotica mischia in area dei dibattiti etici, sarò ben lieto di ascoltarlo. Vi lascio con una domanda:
Voi vi ritenete difensori della vita, ma vi siete mai chiesti quale vita state difendendo?

Samuel Boscarello

martedì 31 dicembre 2013

I Dentici, talenti folk dalla Sicilia: "Cantiamo la ribellione al potente"

Oggi vi propongo il primo singolo inedito de I Dentici, giovanissimo gruppo folk siciliano composto da Simone e Luca Riillo: La Ballata di Sandro.



E' possibile scaricare gratuitamente il brano qui: La Ballata di Sandro - Download

Questa è la mia intervista a I Dentici, realizzata per Il Sette e Mezzo Magazine:


I Dentici, nomen omen: due gemelli, Simone e Luca Riillo, con la passione per la chitarra acustica e il folk italiano, nati e cresciuti nella cittadina in provincia di Caltanisetta, Niscemi. I Dentici, il nome deriva, dalla battuta del fratello maggiore che durante una cena, vedendo un dentice a forno, esclama ai fratelli:”Ma voi siete I-Dentici!". Nascono agli inizi di luglio 2012. Di strada ne hanno ancora tanta da fare, ma dalla loro parte hanno il talento e l’entusiasmo. Dopo essersi fatti conoscere riproponendo i maggiori successi di De André e del cantautore Alessandro Mannarino, adesso si cimentano nella produzione di inediti. “Il tema dei nostri pezzi è la ricerca della libertà, la ribellione al potente”.

 I Dentici sono anche su Facebook!

lunedì 30 dicembre 2013

Storie di immigrati, storie di europei: il Lampedusa Hamburg FC

L’anno si chiude e ogni tifoso di calcio che si rispetti resta in trepidante attesa del giro di boa. Anno nuovo, squadra nuova. Magari anche la classifica cambia, con il mercato in apertura. Un paio di acquisti freschi sotto l’albero, preferibilmente un bomber e un giovane di belle speranze. Ma non solo: guai a dimenticare la Champions League! D’altra parte è adesso che cominciano le sfide stellari tra le grandi d’Europa, e che nomi. Messi e Ronaldo, Balotelli e Gotze, Gibri e Bright. Un momento. Cosa ci fanno due perfetti sconosciuti tra le stelle del firmamento pallonaro? Eppure Bright è un giocatore estremamente duttile, solido centrocampista e insidia delle difese avversarie quando gioca in attacco. Gibri ricopre il ruolo di mezzala, è uno dei più giovani della sua squadra e sogna di diventare come Asamoah. Anche lui, al pari dell’esterno in forza alla Juventus, è ghanese, ma non è stato un osservatore europeo a farlo approdare al calcio. La sua strada è passata dal Sahara, poi il Canale di Sicilia rischiando la vita per giorni, fino all’approdo a Lampedusa. Cinquecento euro assegnati dallo stato italiano e via, senza tante cerimonie, in balia di sé stesso con le tasche semivuote. Una lunga odissea che dal Mediterraneo porta fino all’estremo nord della Germania, ad Amburgo. Ben lontano dalla Jungfernstieg e i suoi negozi di alta moda dove si consumano le esistenze di ricchi e turisti, vale a dire nel quartiere di St. Pauli, un fazzoletto di terra affacciato sull’Elba, rifugio di operai che a fine turno riempiono di chiacchiericcio i pub odorosi di birra e fritto stantio. Le bettole vicino al porto che accolgono i marinai, il distretto a luci rosse di Reeperbahn. Un intreccio di suggestioni potenti fatti di presente e passato, per esempio quello di quattro ragazzi inglesi che all’inizio degli anni Sessanta suonarono, da semisconosciuti, nei locali da suburra prima di divenire quei Fab Four che hanno conquistato il mondo con le loro canzoni.

È il futuro quello che manca, in una delle zone più economicamente depresse della Germania. Ciononostante è proprio da qui che un gruppo di africani scampati a fame, guerra e persecuzioni ideologiche si ritrova a decidere, alle porte dell’estate del 2013, di indossare gli scarpini e scendere sul prato verde, se non altro per dare un nuovo senso alle proprie vite. “I documenti europei che ci hanno dato in Italia per il momento ci permettono di restare qui, – spiega Affo Tchassei ai microfoni di Repubblica – ma non di cercare un lavoro, avere assicurazione sanitaria o pensionistica, diritto alla scuola per i nostri figli”. Così i ragazzi, sotto la guida del mister Takyi Stephen, fondano una vera e propria squadra. Il nome? Lampedusa Hamburg FC, cristallino come il riflesso del sole sul mare dell’isola e profondo come gli abissi che di migranti ne hanno inghiottiti troppi, perché l’Europa rimanga sorda. Eppure ancora oggi permane la convinzione che si tratti di un problema locale, alla pari di un fastidioso inconveniente che va liquidato nel modo più rapido possibile: ebbene, oltre i calcoli politici e ragionieristici ci sono delle vite che cercano di salvarsi da una condanna sicura in paesi in cui ogni diritto è calpestato. Gibri, Bright, Affo e i loro compagni non si perdono d’animo, nemmeno quando il sindaco vieta al pastore Sieghard Wilm di ospitare la squadra in un container nel giardino della chiesa di St. Pauli. Così il Lampedusa Hamburg si trasferisce dentro la chiesa, dividendo le giornate tra allenamenti e partite amichevoli con la prestigiosa squadra del quartiere, l’FC St. Pauli. La Nave Corsara – come viene affettuosamente soprannominato il club dai tifosi – naviga oggi in acque limpide nella Serie B tedesca, lottando per la promozione. Per questo motivo quando, la formazione del coach Stephen sconfigge di fronte ad uno stadio gremito per 5-4 i ben più quotati padroni di casa, è festa. Nulla in palio, si tratta solo di un’amichevole, ma la compagine africana è cosciente di aver vinto qualcosa di più. Sarà che quei cinque gol sono stati messi a segno con la forza della speranza o con la voglia di libertà, ma da allora ogni mercoledì a St. Pauli sfilano cortei per l’integrazione degli immigrati. Forza LampedusHamburg allora: perché ogni loro successo è, almeno un po’, anche nostro.

Samuel Boscarello per cogitoetvolo.it

lunedì 18 novembre 2013

Grande Fratello? Preferisco il futuro

È possibile riscontrare una curiosa analogia tra un certo settore del mondo dello spettacolo e l’allevamento. Immaginate un’azienda avicola che seleziona tra decine e decine di polli un ristretto numero di esemplari, che vengono chiusi in un’aia e lasciati lì a beccarsi l’un l’altro, così mentre sono impegnati a gonfiare le piume si fanno rubare tutte le uova dall’allevatore (e se ce n’è bisogno, anche qualcuno di loro fa un viaggio di sola andata verso la rosticceria). L’aspetto etologicamente paradossale della storia è che per i polli in questione razzolare in quella stia rappresenta il sogno della loro vita e, a pensarci bene, è questo il segreto del Grande Fratello.

Nel Novecento queste due parole saranno anche state il sunto del totalitarismo senza via d’uscita prospettato da Orwell; ma è bastato un programma televisivo in prima serata, dalla formula nemmeno tanto originale, per ribaltare l’accezione del termine. Chiedete alle decine di aspiranti concorrenti per conferma. Vi si parlerà della strada per il successo, dell’occasione della vita e del mondo magico del teleschermo. Come se in dodici edizioni da quel prefabbricato tanto ambito siano usciti gli eredi di David Letterman e Oprah Winfrey. In fin dei conti provare non costa nulla, e se puoi contare su una biografia originale o lacrimevole (meglio entrambi, con l’aggiunta di addominali esplosivi oppure vari quintali di silicone in corpo) hai una marcia in più.

Non è mai mancato tra i fortunati prescelti il ragazzo rapito da bambino, il provincialetto con l’America in testa, la bellona “ocolinga”, tanto per restare in tema orwelliano. Per questo non può che far gola la storia di un vu’ cumprà che si laurea in Ingegneria. Chissà la faccia che avranno fatto i produttori quando hanno incassato il netto “no” di Rachid Kadiri Abdelmoula. Ventisette anni, ne ha passati sedici tra le strade di Torino a chiedere l’elemosina o a vendere fazzoletti e accendini. Una lotta quotidiana, la speranza di avere abbastanza spiccioli a sera da poter entrare in una bottega e comprare un panino. Rachid passa l’adolescenza in un istituto tecnico, l’Itis “Avogadro”: uno dei suoi professori ha l’abitudine di dire “ciò che vale costa caro”. Probabilmente l’insegnante non sapeva che la sua espressione sarebbe stata la massima di quello studente marocchino, uno di quelli di cui si parla abbassando la voce e con un’aria contrita. “Ha difficoltà economiche, non può permettersi la gita di fine anno” e tutte quelle frasi sussurrate che fanno da fondamento alle chiacchiere di quartiere. Così Rachid si diploma e spiazza tutti, entrando al Politecnico. Ma le tasse da pagare sono tante, troppe perché un semplice vu’ cumprà possa dire addio alla sua scatola da esposizione per calare la testa sui libri. Così ogni pacchetto di fazzoletti venduto è un passo più vicino alla meta, le notti si allungano ma gli occhi non devono cedere al sonno. Ci sono le sessioni d’esame da affrontare, infine la laurea. Rachid ha ventisei anni e la sua storia, completa di fotografia di famiglia, finisce sui giornali. “Tanti sacrifici, sorriso da bravo ragazzo e un nome facilmente memorizzabile: pensate che figurone farà questo nel salotto della D’Urso”. Sono sicuro che avranno pensato questo gli addetti al casting del Gf, venendo a conoscenza della sua storia. Eppure almeno per una volta sono rimasti a bocca asciutta. “Preferisco progettare palazzi e il mio futuro di ragazzo normale, ex «vu’ cumprà», con un lavoro vero. – scrive Rachid su La Stampa.it – Perché chi tiene duro e fa sacrifici, un lavoro lo trova”. E infatti per lui è arrivato. Dopo aver ricevuto i complimenti del ministro Kyenge in persona, ha ricevuto tre offerte, tra cui quella di un colloquio con un’importante azienda piemontese. E se può suscitare un certo scoramento nel rilevare che in Italia un ragazzo debba chiedere denaro ai passanti per pagarsi gli studi, RKA è sicuro che non sarà sempre così: “Le passeggiate da vu’ cumprà mi hanno insegnato che per ottenere qualcosa non devi stare mai fermo. La storia è ciclica, dopo le discese ci sono le crescite economiche”.

Avanti, gente: il futuro è nostro. E si trova nelle nostre idee, non in un confessionale.

Samuel Boscarello per cogitoetvolo.it

lunedì 4 novembre 2013

Qui non si muore!

Ogni nazione ha la sua personale immagine all'estero, quell'essenza speciale che fa sognare ed evoca le sensazioni più forti. Chiedetemi cosa mi viene in mente quando penso agli Stati Uniti. Vi risponderò mostrandovi lo skyline di New York, i polverosi paesi del sud che hanno ispirato il mito del Far West e le spiagge della West Coast. Allo stesso modo, l’Italia suscita un senso di sacralità profana. Le meraviglie della Roma imperiale, lo splendore del Rinascimento fiorentino e l’eroismo del Risorgimento lombardo. Ma ciò che rappresenta il nostro Paese meglio di ogni altra cosa è il calore tipicamente napoletano. Pizza and mandolino, basta ciò per simboleggiare una terra sospesa tra i faraglioni di Capri e il gigante addormentato del Vesuvio, dove l’urna di San Gennaro è venerata con lo stesso fervore riservato all'altarino di Maradona. Ma se le meraviglie sfiorano il cielo, l’inferno sta sottoterra. Una discesa dantesca in gironi fatti di rifiuti sanitari, detriti edilizi, sversamenti di sostanze chimiche e fusti radioattivi. E poi ci sono i fuochi, quelle colonne di fumo nero che si alzano nel cielo e si dissolvono nell'aria, in un subdolo nascondino in cui la tana sono i polmoni della gente. Si possono abbassare gli occhi, pensare che quei falò sono provocati da qualche contadino che brucia sterpaglie, ma le statistiche sono quelle e gridano forte: dagli anni ’80 l’incidenza di tumori mortali al fegato è aumentata del 54% in Campania, il cancro alle vie respiratorie ha mietuto l’8% in più di vittime e i tumori al sistema linfatico il 34%. Sono i cittadini, invece, quelli da sempre costretti al silenzio, schiacciati sotto il peso della camorra. Perché l’omertà uccide, ma l’indifferenza – quella che per troppo tempo ha permesso ai clan di cavare miniere d’oro da montagne di rifiuti – distrugge irrimediabilmente.

Tuttavia adesso la musica cambia, e non mi riferisco solo alla perpetua attrazione dei grandi del rock nei confronti di questa terra. I Pink Floyd e, più recentemente, Bruce Springsteen avranno anche infiammato i cuori con le loro canzoni, ma l’ondata del cambiamento la guidano le nuove generazioni. Negli scorsi giorni a marciare senza più nessun timore sono stati in sessantamila, centinaia di bambini e ragazzi tra di loro. Oggi sono proprio loro i protagonisti, cresciuti liberi dall’ombra della vecchia gerarchia sociale che pone il boss come un protettore da non inimicarsi, un Leviatano che non ha bisogno dello scettro. A partire da Ciro, 9 anni, che nel marzo scorso denunciò in un tema – diffuso poi sul web con grande successo – il rogo della Città della Scienza. “Era stata fondata a Bagnoli di Napoli dove c’è molta concentrazione di malvivenza, ma poi è stata fatta lì proprio per spaventare i malviventi che hanno paura della cultura, perché sottrae persone alla criminalità. Poi chi ha bruciato questo posto ha bruciato il materiale ma non le nostre idee”. E che dire di quelle rivelazioni spezzate e pronunciate a bassa voce, come quelle del piccolo Antonio, che ha perso la sorella di dodici anni per un tumore. “Non possiamo andare a giocare al campo di calcio vicino casa, perché ci hanno scaricato tantissime cose. – dichiara ai microfoni delle Iene – Però dobbiamo stare zitti, per paura che chi ha scaricato ci possa fare qualcosa”.

Nelle ultime settimane i vip hanno “adottato” i comuni del Triangolo della Morte, da Marcianise ad Aversa, tuttavia i campani più giovani stanno lanciando un messaggio più forte di ogni campagna di sensibilizzazione. Perché se basta una semplice bonifica per ripulire un terreno dall’amianto, solo una rivoluzione di pensiero potrà estinguere il “puzzo del compromesso morale” di cui parlava il giudice Borsellino. E quando gli unici fumi a levarsi in cielo saranno quelli dei comignoli, allora si avvereranno finalmente le parole che pronunciò Gioacchino Murat a Castellabate, settanta chilometri in linea d’aria dalla Terra dei Fuochi. Qui non si muore!

Samuel Boscarello per cogitoetvolo.it